Per combattere i boss l’età non conta

Giuseppe Di FiniNon mi capita spesso di proporre articoli, ma quando lo ritengo davvero necessario non evito di farlo. Quello che segue è un articolo che oggi a pagina 7 del Fatto Quotidiano mi ha davvero lasciato sorpreso.

di Nando Dalla Chiesa

La sua scorta è la sua mamma. Nella storia dei leader dei movimenti e dei gruppi antimafia è una assoluta anomalia. Qualcosa fuori dall’immaginazione. Eppure è davvero così. Arriva ai convegni, spesso accolto da applausi ammirati, con lei al seguito; e accanto a lei sta seduto disciplinatamente, al riparo degli occhiali grandissimi, finché non gli chiedono di prendere la parola. Con lei fa i viaggi per le città dove il movimento ha chiamato a raccolta i suoi simboli. Ormai è risaputo: se lo chiamano devono invitare anche sua madre. Perché senza di lei non viaggia. Non può viaggiare. Tranquilli, nessun bamboccio-ne infiltrato nei movimenti contro le cosche. C’è solo che lui, Giuseppe Di Fini, ha appena quattordici anni ed è probabilmente il più giovane esponente di movimenti civili apparso sulla scena nazionale, almeno a comune e recente memoria. Fiorito in quel giardino troppo sconosciuto al paese che sono le scuole siciliane, affollate da tenacissimi insegnanti che spendono anni e anzi decenni di vita nella educazione dei bambini e dei ragazzi a un’altra idea di legalità. Dando loro buoni principi e facendoli incontrare con i testimoni della lotta alla mafia, si tratti di giudici o sacerdoti, di giornalisti o di familiari delle vittime. Giuseppe si è formato in quel crogiuolo, alla scuola media “Giovanni Verga” di Centuripe, provincia di Enna, a più di settecento metri dall’altezza del mare. Anche lì, in un paese di poco più di seimila abitanti, c’era una di questi insegnanti, Rossella Curella, professoressa di Lettere. Che si è trovata come allievo questo bambino pieno di interessi e una famiglia di salda cultura civile alle spalle, il papà con incarico importante in un’azienda privata, la mamma, Sandra, animatrice socio-culturale. Era l’ottobre di tre anni fa quando Giuseppe, preso dalle letture e dai discorsi, e dopo essersi guardato un po’ intorno, ha deciso che era ora di impegnarsi nella stessa battaglia di Paolo Borsellino e di Peppino Impastato. Così ha coinvolto un po’ di suoi compagni di scuola, Mario, Giovanni e alcuni altri e ha dato vita a un gruppo, “Antimafia giovanile”. Per parlare di clan e di corruzione, per innaffiare la leggenda degli eroi senza macchia e senza paura dell’antimafia. All’inizio molto entusiasmo, l’aiuto e l’incoraggiamento della professoressa. Che però l’anno dopo è andata in pensione. E siccome le persone “fanno” le istituzioni, Giuseppe si è subito scontrato con la crescente indifferenza dei compagni. Nessuno l’ha più aiutato. Non per questo, però, si è perso d’animo. Anzi, ha fondato un giornalino, “La Gazzetta dei non boss”, due numeri pieni di riflessioni e di esortazioni a darsi una mossa per cambiare il mondo, per scuotere coetanei con la mente zuppa di calciatori e di attricette televisive. Ha scritto articoli. Si è messo in contatto con il mondo degli adulti, chiedendo aiuto e sostegno. E loro a interrogarsi increduli se fosse uno scherzo, o, nei casi migliori, chi fosse quel bambino che sembrava padroneggiare la materia come non riesce nemmeno di striscio al cittadino medio. Poi, quando lo conoscevano gli adulti si entusiasmavano. Come vedendo in lui una possibile, confortante anticipazione delle generazioni prossime venture. Talora dopo cinque minuti passati ad ascoltarlo si davano segretamente di gomito sussurrando preoccupate ipotesi sulla natura del ragazzino (è troppo grande; parla come un adulto, non è possibile; non è naturale). Salvo ricredersi e intenerirsi nel vedergli un sorriso timido e impacciato sulle labbra al momento dell’applauso finale. Ossia quando scatta la funzione di mamma Sandra: ricordare a tutti con la sua presenza che è davvero un ragazzino. Un neo-adolescente che appone targhe dedicate ai caduti dello Stato e della società civile perché i luoghi non dimentichino; e che si è guadagnato con la sua timidezza l’affetto di tante persone famose, fino a essere ricevuto ultimamente dal presidente della Repubblica con una delegazione di studenti. “Ora va meglio”, dice, “non studio più nel mio paese, vengo a Paternò, in provincia di Catania, venti minuti di autobus . Faccio la quarta ginnasio al ‘Mario Rapisardi’ e c’è meno indifferenza verso la mia attività. Ci sono più strette di mano, c’è più calore, anche più collaborazione, mi sembra. Spero di potere ricominciare con ‘La gazzetta dei non boss’ e intanto sto lavorando a fare il mio sito Web, www.giuseppedifini.com , così anch’io potrò fare sapere come la penso, come la pensa uno studente siciliano di quattordici anni”. Appunto, che cosa pensi di quel che sta accadendo in questi giorni? “Sono disgustato. Mi dà fastidio che qualcuno dica che questo è il governo più attivo contro la mafia e poi cambi la legge sulla confisca dei beni, facendo un favore enorme proprio alla mafia. Non mi piacciono le due facce. E non mi piace sentire dire che il tale fatto è una coincidenza, e il tale altro pure, e che quell’episodio è un caso isolato. Troppe coincidenze, troppi casi, intorno o nella vita delle stesse persone. Alla fine è una certezza. E in ogni caso non si può buttare al vento per partito preso quel che dice un pentito”. Sei pessimista, Giuseppe? “Si vedono cose da brivido. Ma io sono sempre ottimista. Falcone diceva (questa frase Giuseppe la cita sempre, ndr) che la mafia, come tutte le cose nella storia del mondo, ha avuto un inizio e avrà una fine. Finirà anch’essa”. Legge molto, Giuseppe. Sul suo comodino attualmente c’è La bellezza e l’inferno di Saviano.Ma scrive anche, e non solo articoli. Ultimamente ha scritto “Nato in Sicilia”. Una breve, intensa riflessione sulla mentalità prevalente nella sua terra. Un volo panoramico sulla cultura isolana, da Verga ai negozi che vendono come graziosi souvenir le magliette con su il Padrino. “Non per demoralizzare”, ha spiegato agli amici, ma “per sensibilizzare”. L’ha dedicato “A coloro che hanno la forza e la speranza di combattere. A coloro che non si rassegnano di fronte ai ‘ma chi te lo fa fare’. A Paolo, Giovanni, Peppino, Don Pino, Carlo Alberto, Rosario, Don Peppe, Pippo, Mauro e gli altri. Per la vita, la libertà, la giustizia, l’Italia”. Una specie di programma civile. Un programma che ormai divide il paese. Di qua i quattordici anni intrisi di speranza di Giuseppe, di là il volto cupo e senza età di Augusto Minzolini. Di qua il linguaggio educato e compito di chi deve comunque rispondere alla sua mamma, di là il turpiloquio (“minchiate”) esibito al tg da chi deve comunque rispondere al suo padrino.

già su Il Fatto Quotidiano del 13.12.2009

Pubblicato da

Damiano Zito

Ingegnere Elettrico e Dottore di Ricerca. Appassionato di tecnologia ed utente Android. Ho vissuto 10 anni a Roma. Su questo blog ho riversato pensieri, opinioni, collaborazioni ed esperienze personali. Quello che leggi può essere stato scritto ormai qualche anno fa.

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