Trasmissione non autorizzata

onair

Quando ero un ragazzino ho nutrito per un po’ di tempo la passione per la radio. In uno dei miei diari di scuola media, che conservo ancora, avevo disegnato ciò che immaginanvo. Avevo pensato a una emittente radiofonica, che aveva come studi la mia casa e quella dei miei più intimi amici. Ognuno di noi dalla proprie stanze si poteva mettere in contatto con l’altro e poteva trasmettere i programmi stabiliti. All’epoca però internet era per me una cosa appena conosciuta, non potevo nemmeno immaginare le potenzialità di questo strumento che oggi è largamente diffuso. Per fare una radio mi sarebbe servita una antenna con una certa potenza se avessi avessi voluto trasmettere nei paesi vicini al mio, poi sarebbero serviti impianti stereo e tutto il resto a seguire. Troppo costoso e complesso.

Piano piano mi sono trovato nella rete rendendomi conto che quello che prima era complicato, oggi diventa facile anche per chi non ha conoscenze informatiche. Basta registrarsi a youtube per aprire un canale video, andare su livestream o ustream per le dirette, un blog per scrivere ciò che si vuole, andare sui social network come facebook e parlare di quel che ci pare e piace. Per fare una radio serve uno spazio web, raggiungibile anche gratis, un microfono e la trasmissione può andare in onda. Internet è tutto quello che da piccolo ho sempre voluto. L’interazione e lo scambio. Il link o i links. La Rete ha accorciato le distanze. Una volta si andava dal cugino o dall’amico a chiedere se ci presta il film registrato in videocassetta, oggi invece c’è eMule che non è altro che la stessa cosa. Ci colleghiamo sui server di un software peer-to-peer (p2p) e scambiamo i file con gli altri. Ma non è tutto rose e fiori, infatti, le major, la Siae e compagnia bella non fanno che mettere i bastoni fra le ruote a chi si batte per il sapere libero e la circolazione della cultura. Molti artisti sono diventati noti grazie a internet, al p2p. Ma le lobby discografiche, quelle del diritto d’autore, pur di guadagnare i loro introiti che non vanno all’autore (perdonate le semplificazioni, ma il concetto è questo) sono disposti a dichiarare guerra a internet.

Per fortuna sulla rete ci sono realtà ben diverse, che dimostrano che grazie alla politica dello scambio e della segnalazione anche chi non conta niente, chi non ha un contratto con una grossa casa discografica può farsi notare. Per dimostrare che gli artisti possono guadagnare ugualmente, esiste un progetto musicale, Jamendo.com, che offre gratuitamente i contenuti in mp3 degli artisti che caricano i loro pezzi sul sito. Chi ha una attività, un ristorante può invece “abbonarsi” a Jamendo. In questo modo l’artista riceve direttamente i soldi, chi usufruisce del suo brano gli riconosce la proprietà intellettuale  e l’intermediazione cliente-major-artista si accorcia e la major sparisce. Sempre Jamendo per coloro che convincono un amico che ha un’attività ad abbonarsi alla sua musica, offre un mese gratis di adsl. Se io quindi riesco a convincere il proprietario del bar sotto casa mia a mettere musica presente su Jamendo e ad abbonarsi, allora Jamendo mi paga un mese della mia connessione ad internet.

Questo per raccontare una delle tantissime cose che si possono fare grazie a internet.

Chi segue questo blog sa che il tema del diritto alla rete viene tenuto d’occhio e sa che dal “Palazzo” arriva sempre qualche insidia nascosta in qualche decreto legge, ddl, proprosta, e via dicendo. Farne l’elenco sarebbe solo inutile, perché dopo l’ultimo ddl pecorella, arriva il decreto anti sky (sarebbe meglio dire anti-satellite) dove c’è “nascosta” una piccola norma che in poche parole dice che chi trasmette anche su internet deve chiedere autorizzazione al ministero. Il decreto Romani è l’ennesima legge (se approvata) salva-mediaset che dopo la apposita legge Gasparri, fatta su misura per le emittenti del Premier, serve a mettere al riparo l’azienda milanese dai limiti imposti dalla stessa legge varata dal precedente governo B. per evitare che quest’ultimo dovesse cedere canali.

È continuo l’attacco che subiamo,prima tentano, poi ritirano la leggina, poi la riprovano sotto un’altra forma. Poi dicono che verrà migliorata, perché facebook è un covo di terroristi, ché su internet si inneggia alla violenza e che non so che altro. Quello che non riescono a capire è che la Rete è la società. Non è una cosa astratta. Un commento in un post è un commento di una persona non di un automa. Lo stesso vale per le scritte sui muri di Roma, sulle metro, dove le scritte ci passano tutti i giorni sotto al naso. È espressione.

Da internet oggi partono iniziative, manifestazioni si trasmettono contenuti su youtube, in diretta streaming. Le radio trasmettono sul web. A volte basta un telefonino. Registriamo il contenuto e con servizi tipo qik.com condividiamo sulle nostra bacheca di facebook, sul nostro blog. Questo è uno dei motivi per cui considero il canone Rai una tassa inutile e ingiusta. Tra le proposte la migliore (si fa per dire!) quella di inglobare il canone  nella bolletta della luce, o anche quella di estenderla ai computer e ai cellulari. E per le radiosveglie?Perché no?

Per ora la mia “trasmissione” termina qui. Per farvi un’idea del decreto Romani ascoltate Giulietti di articolo21.

decreto_romani

foto: dissingyourdog

Pubblicato da

Damiano Zito

PhD Student e Ingegnere Elettrico. Blogger su il Fatto Quotidiano. Appassionato di tecnologia ed utente Android. Attualmente vivo a Roma. Sul mio blog riverso pensieri, opinioni, collaborazioni e quando capita anche esperienze personali. Mi piacciono la cucina e i vini italiani.

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