La Costituzione Ferita

Vincenzo Marinelli è un magistrato di Cassazione. Durante la manifestazione del Popolo Viola contro il decreto salva-liste è intervenuto per dare il suo contributo dal palco e le sue parole hanno scaldato piazza Navona.

È autore de “La Costituzione ferita“. Una riflessione sugli attacchi alla nostra Carta nata dalla Resistenza, da leggere senza pause o da ascoltare nel video girato a Roma sul piazzale del Pincio.

httpv://www.youtube.com/watch?v=NUWtQYkwATA

1. Piero Calamandrei parlava di “Costituzione inattuata”. Noi dobbiamo parlare, con lucidità e chiarezza, di “Costituzione ferita”. Se esitiamo a farlo adesso che le ferite sono profonde ma ancora curabili, che dobbiamo ancora aspettare? Se non ora, quando?
Non è tempo di mezze parole e di mezze frasi. Perché io, magistrato, dovrei avere timore a parlare, in modo libero e forte, da cittadino? Si possono fare strumentalizzazioni? Certo, si possono fare e si fanno, in quantità industriale. Ma questo non deve togliermi la parola, la capacità di denunciare, di testimoniare, di reagire.
Se un capo di Governo arriva a dire che la magistratura, a cui mio onore di appartenere, è peggiore della criminalità, se ho orecchie per sentire e occhi per vedere, il rispetto della toga m’impone non il silenzio e il far finta di non capire ma l’analisi e la parola.

2. La rappresentanza popolare, oggi, in Italia, è affidata a un Parlamento di nominati piuttosto che di eletti. Sono i capi dei partiti a decidere chi va in Parlamento, senza che il cittadino possa esprimere nemmeno il voto di preferenza. Ciò rende ricattabili i deputati e i senatori e fa sì, grazie anche al premio di maggioranza, che il Parlamento non abbia sufficiente autonomia rispetto al Governo e vari le leggi più indegne, espressione non della volontà generale ma della volontà di un blocco di potere.

Questo blocco di potere, che spesso si muove come un gigantesco comitato di affari, persegue sistematicamente l’indebolimento delle istituzioni di garanzia, minando la loro legittimazione democratica e il modo in cui questa legittimazione viene percepita dalla gente comune.

È qui che il partito dell’Amore dà il meglio di sé.
Il diritto di manifestazione del pensiero resta teoricamente inviolato, ma la comunicazione televisiva è sotto stretta sorveglianza. All’homo videns non far sapere che non ci sono solo le ammirate veline dalle belle gambe, ma ci sono anche altre veline: le istruzioni e manipolazioni su quali messaggi comunicativi dare e come darli e quando darli.

Ogni giorno i telegiornali, vale a dire i mezzi di comunicazione dominanti, quelli che parlano a livello subliminale, quelli che raggiungono tutti, anche i tanti che non leggono, telegiornali controllati, o compiacenti, o senz’altro asserviti, diffondono e martellano un messaggio suggestivo e truffaldino. La volontà popolare viene raccontata come se fosse solo quella espressa da chi ha ottenuto la maggioranza (e il premio di maggioranza). Si fa credere che vi sia stata una sorta di elezione diretta del premier. Si fa pubblicità massiva a un “Governo del fare”, attorniato da istituzioni di garanzia che sono più che altro un impaccio e una complicazione burocratica.

Si instilla l’idea che il Presidente della Repubblica sia tenuto a promulgare le leggi, senza fare tante storie. Se poi voleva rendersi più utile, doveva alzare la cornetta del telefono e chiamare qualche giudice della Corte costituzionale per non far bocciare il lodo Alfano.

Alla magistratura viene riservato dal capo del Governo e dai pappagalli ammaestrati che in suo nome e per suo conto sfilano nei telegiornali – e guai a non far dire le loro filastrocche – un linguaggio di insulti e talvolta di intimidazioni. I magistrati vengono dipinti come per un verso fannulloni e causa essi stessi degli endemici ritardi della giustizia, per altro verso come nemici politici, donne e uomini faziosi, persecutori, talebani.
Una scientifica manipolazione verbale ha cambiato nome alla giustizia. Viene chiamata giustizialismo, viene detta accanimento.

La vita della seconda Repubblica è solcata da pulsioni e pratiche autoritarie. Il controllo di legalità è indebolito e ridicolizzato. L’istruzione è mortificata e avvilita. Mancano messaggi forti di politica e cultura.
Il diritto alla giustizia è umiliato e negato. La durata ragionevole del processo non viene assicurata. E si trasforma anzi in uno strumento di ricatto: ‘Se non passa lo scudo giudiziario per il premier facciamo finire nel nulla centomila processi; ci vuol poco a porre la questione di fiducia’.
Le trasmissioni di approfondimento televisivo vengono sospese durante la campagna elettorale. Men che mai si deve capire la differenza tra assoluzione e prescrizione, cioè il farla franca per decorso del tempo.
La democrazia è limitata e sempre più svuotata dall’interno.

3. Che fare? Credo che la risposta possibile, la giusta risposta, sia: tornare ai principi. Parlare alto e chiaro di principi. Alzare il livello di resistenza. Che l’illegalità abbia il marchio dell’illegalità!

Questo ci hanno insegnato don Lorenzo Milani e Sandro Pertini. Questo ci hanno insegnato, a prezzo della loro stessa vita, Mario Amato e Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Qualcuno ha detto: “Infelice il popolo che ha bisogno di eroi”. Ma ancor più infelice il popolo che ne ignora o ne disperde l’insegnamento.

Risalendo indietro nel tempo, troviamo tanti altri che possono parlare in modo profondo al nostro cuore e alla nostra mente.
Alexis de Tocqueville, magistrato e politologo, ci ha spiegato che la democrazia è cosa ben diversa dalla dittatura della maggioranza.
Qui sul piazzale del Pincio, ci sono i busti di Cesare Beccaria, di Pietro ed Alessandro Verri. Per rifarci l’occhio dalle facce di plastica, guardiamo quelle austere figure di marmo. Questi uomini ci hanno spiegato che la legge è strumento di libertà, se è espressione della volontà generale, non della volontà particolare e autoritaria dell’uomo forte.
Erano dei talebani costoro? Se è così, il più talebano di tutti lo troviamo nel quarto secolo d.C. Era Sant’Agostino. Interrogandosi sul rapporto tra giustizia e Stato, scrisse: “Remota iustitia” – cioè resa estranea, allontanata, rimossa la giustizia – che cosa sono gli Stati “nisi magna latrocinia”, se non grandi ladrocini?

4. Popolo italiano, quando diventerai più consapevole? Se non ora, quando? Di quanta altra giustizia, libertà, democrazia devi essere privato?
Fuori il barbaro dominio dell’illegalità! In uno Stato democratico la legalità è un valore democratico. Battiamoci per i diritti e per la cultura delle regole; lottiamo per garantire, con mezzi adeguati, la durata ragionevole dei processi, la certezza della pena, una giustizia che non giunga così tardi da essere, in tutto o in parte, giustizia negata, una giustizia che non sia forte con i deboli e debole con i forti.
Torniamo ai principi, torniamo ai valori. Testimoniamo principi e valori nella vita di ogni giorno. Viva la Resistenza! Viva la Costituzione!


Pubblicato da

Damiano Zito

Ingegnere Elettrico e Dottore di Ricerca. Appassionato di tecnologia ed utente Android. Ho vissuto 10 anni a Roma. Su questo blog ho riversato pensieri, opinioni, collaborazioni ed esperienze personali. Quello che leggi può essere stato scritto ormai qualche anno fa.

2 pensieri su “La Costituzione Ferita”

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