Su Schifani niente domande

Pochi giorni fa parlando in collegamento video al workshop Ambrosetti, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è detto molto fiducioso sulla nascita di «una nuova generazione di leader». Naturalmente attraverso «una vasta mobilitazione della società civile e della società politica» che significa «un impulso di opinione pubblica informata e competente».
Sono passate poche ore e un gruppo di cittadini, informati sul passato di Renato Schifani, si è mobilitato per andare a contestare la seconda carica dello Stato, invitata a parlare alla festa del Partito Democratico.
Schifani è oggetto di una lunga inchiesta portata avanti dal Fatto Quotidiano alla quale ha risposto con la querela, inoltre sul suo passato hanno gettato una scure alcune dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e Giovanni Costa (imprenditore siciliano già condannato in primo grado per riciclaggio).

Così gli italiani hanno visto nei telegiornali un gruppo di persone, amichevolmente definite «squadristi» da Piero Fassino, contestare il presidente del Senato senza capire il perché. In effetti la storia raccontata dall’Espresso e dal Fatto Quotidiano non è stata ripresa dagli altri giornali nonostante lo stesso Schifani nei giorni scorsi abbia lanciato un comunicato dove diceva di essere pronto a chiarire coi magistrati, ma non con l’opinione pubblica nonostante le domande che gli sono state poste dal Fatto.

Stiamo parlando di un pentito mafioso Gaspare Spatuzza, che lo accusa di essere stato uno dei personaggi chiave tra Silvio Berlusconi e i Graviano, assieme a Marcello Dell’Utri (già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa). Poi si aggiunge Giovanni Costa, condannato per riciclaggio, che nel suo passato avrebbe avuto (lui nega) contatti con uomini di Cosa Nostra e che dice di sapere tutto su Schifani. Costa dice che l’attuale seconda carica dello Stato «era il mio consulente, la persona che mi consigliava, quello che riusciva a mettere le carte a posto controllando i documenti con i quali chiudere affari senza avere problemi». L’imprenditore sostiene inoltre che al suo processo quando Schifani è stato chiamato a testimoniare non abbia detto la verità.

Poi c’è la storia del palazzo di piazza Leoni a Palermo, una costruzione interamente abusiva messa in piedi da Pietro Lo Sicco nel 1992 arrestato sei anni dopo. Lo studio di Schifani ha difeso con ogni mezzo quell’edificio della mafia che rappresenta la prepotenza di Cosa Nostra sui più deboli, in questo caso le sorelle Pilliu, che posseggono due piccole abitazioni danneggiate durante la costruzione del palazzo abusivo.

Tornando ai fischi c’è da dire che il Capo dello Stato, che poche ore prima si augurava una «vasta mobilitazione» di gente «informata», ha definito la contestazione una gazzarra. E allora viene da chiedersi da dove deve arrivare quel tanto atteso «impulso» se non si può nemmeno contestare e chiedere conto a un politico del suo passato in odore di mafia?

Pubblicato da

Damiano Zito

PhD Student e Ingegnere Elettrico. Blogger su il Fatto Quotidiano. Appassionato di tecnologia ed utente Android. Attualmente vivo a Roma. Sul mio blog riverso pensieri, opinioni, collaborazioni e quando capita anche esperienze personali. Mi piacciono la cucina e i vini italiani.

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