L’Italia è un paese per vecchi

I dati elaborati dall’Istituto nazionale di Statistica (Istat) parlano chiaro: l’Italia è un Paese per vecchi. Milioni di giovani sotto i quarant’anni vivono in casa coi propri genitori. Una convivenza obbligata, causata dalla perdita del lavoro o dal mancato impiego dopo il raggiungimento del titolo di studio.

Il numero di italiani che non studiano, che non hanno un lavoro e che nemmeno più lo cercano, è esorbitante: gli under 40 inattivi e sfiduciati da un mondo del lavoro sempre più ostile, sono 15 milioni e il dato (sempre in crescita) è ancor più preoccupante se confrontato con gli altri paesi europei.

Tra gli under 40 vi sono poi i più giovani con un’età compresa fra 15 e 29 anni, classificati dall’Istat come Neet (acronimo di Non in education, employment or training, ovvero nullafacenti), termine che va a sostituire l’ormai vecchia locuzione “bamboccioni” utilizzata dall’ex ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa. I Neet sono due milioni ma il dato che apparentemente accomuna il Nord e il meridione italiano riesce comunque ad evidenziare notevoli differenze nel tessuto sociale del nostro Paese, infatti oltre la metà di essi si trova al Sud.

C’è però da chiarire un punto fondamentale. Nel dato – che rimane sempre poco rassicurante – non si tiene conto del lavoro nero che come è noto rappresenta una piaga di non poco conto proprio al Sud.

Controllando i dati forniti dal Sole24Ore sulla differenza di reddito dichiarato e consumi, regione per regione, risulta che nel Mezzogiorno c’è una distanza elevata fra questi due indicatori. Che tradotto vuol dire che nell’Italia meridionale si consuma più di quanto si dichiara.

È per questo che bisogna capire quanto veramente il dato fornito dall’Istat sia reale, specie al Sud, e quale sia invece la realtà che devono affrontare i giovani meridionali che – sia chiaro – spesso sono vittime dell’economia sommersa.

In effetti non si capisce perché, nonostante la crisi, un giovane di ventiquattro anni trasferitosi in Piemonte assunto in una azienda, viene regolarmente pagato alla fine del mese per quanto dichiarato sulla busta paga, gli vengono versati tutti i contributi per la pensione sin dal primo giorno di lavoro, mentre ad un altro giovane poco più grande rimasto nella propria terra di origine, assunto da più aziende, i contributi iniziano a pagarglieli solo dopo almeno i primi quattro anni di lavoro e non si capisce ancora perché il salario percepito non corrisponda con quanto dichiarato sulla busta paga.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Isola, quindicinale siciliano

foto: Federica Pezzoli

Pubblicato da

Damiano Zito

PhD Student e Ingegnere Elettrico. Blogger su il Fatto Quotidiano. Appassionato di tecnologia ed utente Android. Attualmente vivo a Roma. Sul mio blog riverso pensieri, opinioni, collaborazioni e quando capita anche esperienze personali. Mi piacciono la cucina e i vini italiani.

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