Il futuro non passa da qui

In Italia gli investimenti per la ricerca sono pochi e ammontano ad una somma che va sotto all’uno per cento del prodotto interno lordo. Pochissimo rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea.

“Il futuro passa da qui”. Questa è lo slogan che appare sul sito della facoltà di ingegneria della Sapienza, ora mobilitata contro i tagli e la riforma universitaria. Il parere dei ricercatori, precari da una vita è netto. La riforma del Ministro Gelmini mette in ginocchio l’università pubblica, i giovani sono sempre penalizzati da meccanismi che di meritocratico hanno ben poco ed è facile che questi finiscano sotto la morsa del ricatto.

Molte facoltà hanno bloccato l’anno accademico, con lo sconcerto di chi aspetta, di poter ricominciare a seguire le lezioni da mesi. Dove invece l’anno accademico è partito regolarmente i ricercatori che hanno dato l’indisponibilità ad insegnare hanno lasciato un posto vacante. È il segnale che questo Paese non sta lavorando per le nuove generazioni.

Il rischio è che l’esercito dei precari rimanga intasato in un tunnel a forma di imbuto. La strada che scelgono in tanti è quella della strada che li accompagna fuori dalla frontiera italiana. Si ha la sensazione – tra i giovani – che gli altri Paesi, nonostante la crisi economica, abbiano qualcosa da offrire e, quasi con certezza, sempre meglio dell’Italia.

In effetti per chi vorrebbe rimanere nel mondo accademico, tra dottorato e contratti di ricerca, è previsto più di un decennio di precariato.

I ricercatori italiani confermano che sulla base della loro esperienza si inquadra una situazione spiacevole solo a citarla. “Noi prepariamo i nostri studenti – dicono – e poi quando vanno all’estero in Erasmus o per conto proprio, come minimo gli propongono un colloquio di lavoro”. In poche parole basta andare in un posto dove la preparazione, la conoscenza e determinate qualità vengono apprezzate “e così questi cervelli ce li rubano”.

Se il modello viene ristretto solo all’Italia, la stessa cosa accade più o meno a chi dal centro-sud si sposta in massa per andare a studiare in altre regioni.

Chi parte dalla Calabria o dalla Sicilia, sente che, comunque vada, è sempre meglio andare in una regione che sia dal Lazio verso su. Il primo vantaggio è una nuova esperienza e l’arricchimento del proprio bagaglio culturale. C’è però una domanda importante da porsi. Quand’è che il flusso migratorio cessa di andare solo in un senso ed inizia a manifestarsi anche da Nord verso Sud, e perché no, anche dall’estero verso l’Italia?

Questo articolo è stato pubblicato su l’Isola, quindicinale siciliano

Pubblicato da

Damiano Zito

PhD Student e Ingegnere Elettrico. Blogger su il Fatto Quotidiano. Appassionato di tecnologia ed utente Android. Attualmente vivo a Roma. Sul mio blog riverso pensieri, opinioni, collaborazioni e quando capita anche esperienze personali. Mi piacciono la cucina e i vini italiani.

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