Cervelli in fuga

Dei circa 300 mila laureati, il numero di cervelli che ogni anno abbandona l’Italia ammonta a circa 35 mila. Sono laureati e ricercatori che lasciano gli atenei italiani per quelli statunitensi o europei. Se si guarda nel senso opposto invece in Italia entrano solo 4 mila laureati o ricercatori.

Sono dati sui quali si discute tanto, ma si agisce poco. Il rettore dell’Università di Torino, Ezio Pelizzetti, ha scritto al Presidente del Consiglio sottolineando alcuni problemi.

Tra questi quello della fuga dei cervelli: «Se ogni anno 35 mila laureati e dottori di ricerca italiani trovano impiego in centri di ricerca prestigiosi degli Stati Uniti e dell’Europa ciò significa che il livello di alta formazione espresso dall’Università italiana è fra i più elevati al mondo».

Il pensiero del rettore è rafforzato da numeri e cifre che spiega nella lettera inviata al premier Silvio Berlusconi e pubblicata su La Stampa. Ognuno di questi cervelli in fuga costa circa 600 mila euro allo Stato che nello stesso tempo «elargisce generosamente ogni anno circa 20 miliardi di euro a Stati non certo bisognosi come gli Usa, l’Inghilterra, la Germani e la Francia». Ma non finisce qui perché a questo spreco di risorse umane ed economiche va aggiunto che dei 15 miliardi di euro di contributi che l’Italia versa all’Unione Europea per l’alta formazione «ne ritornano soltanto 9». Dunque lo spreco ammonta a 26 miliardi di euro.

Se si immagina l’Università come un semplice motore si può pensare ai ricercatori come la benzina accantonata in un bidone e non utilizzata. Infatti mancano i concorsi pubblici.

Il rettore Pelizzetti spiega poi che nelle classifiche internazionali di valutazione, gli atenei italiani «sono spesso assai penalizzati». Per fare un esempio «molte università specie anglosassoni dispongono a volte di risorse che da sole sono pari all’intero finanziamento statale dell’Università pubblica italiana, hanno un numero limitato e fortemente selezionato di studenti che contribuiscono con tasse di iscrizione assai elevato, vantano un rapporto docenti/studenti incommensurabile rispetto alle Università italiane». Sono queste le condizioni per cui gli atenei italiani vanno fuori classifica e non per la qualità della ricerca e della didattica, come dimostrano i dati Ocse secondo cui la ricerca scientifica italiana è al secondo posto.

Ma mentre si continua a discutere della riforma universitaria si scopre che mancano i soldi per attuarla. E i cervelli italiani fuggono all’estero.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Isola, quindicinale siciliano

foto:flickr

Pubblicato da

Damiano Zito

PhD Student e Ingegnere Elettrico. Blogger su il Fatto Quotidiano. Appassionato di tecnologia ed utente Android. Attualmente vivo a Roma. Sul mio blog riverso pensieri, opinioni, collaborazioni e quando capita anche esperienze personali. Mi piacciono la cucina e i vini italiani.

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