La Rivoluzione Italiana

Il 13 febbraio scorso le donne italiane sono scese in piazza per tutelare la libertà e la dignità femminile “ottenute con il contributo di tante generazioni di donne che hanno costruito la nazione democratica”. È stata sorprendente la risposta dei cittadini nelle piazze del Paese: a fianco delle migliaia di donne anche tanti uomini con passeggini, anziani e molti giovani dal volto pulito.

La manifestazione “Se non ora quando” è stata indetta in seguito all’ultimo scandalo che coinvolge il nostro Presidente del Consiglio, ovvero quello del caso Ruby: ultimo di una serie di episodi figli d’una cultura che “propone alle giovani generazioni di raggiungere mete scintillanti e facili guadagni offrendo bellezza e intelligenza al potente di turno, disposto a sua volta a scambiarle con risorse e ruoli pubblici”.

Il tema è stato discusso in televisione e nelle trasmissioni di approfondimento politico sono stati mandati in onda dei servizi in cui delle giovani ragazze interpellate dai giornalisti si dicono disponibili ad andare ai festini del bunga-bunga purché questo comporti qualcosa nella loro vita. Cioè soldi e carriera facile.

Ma mentre in Italia si parla di festini e legge sulle intercettazioni nel medio oriente i giovani scendono in piazza animando proteste contro i dittatori come Mubarak o Ben Alì che vengono cacciati via dopo decenni di regime.

La rivolta in Tunisia, scatenata dopo che un venditore ambulante si è dato fuoco in mezzo alla piazza, è stata chiamata con molta semplificazione “la rivolta del pane”, perché è stato l’aumento del prezzo dei generi alimentari a portare alla disperazione i tunisini, gli algerini e gli egiziani, colpiti anche loro dalla crisi economica mondiale e dalla disoccupazione e stufi della corruzione dilagante nei loro paesi. L’effetto domino si è steso fino in Libia. Qui per protegger il colonnello Gheddafi dei raid aerei hanno sparato senza criterio sulla folla uccidendo centinaia di persone innocenti. È sempre dalla Libia che passano gli africani che poi sbarcano sulle coste italiane e reclutati dalle mafie per andare a lavorare nei campi di pomodori, arance e olive.

In Italia si vive in democrazia, ma è evidente il sentimento di sfiducia da parte dei giovani nei confronti della politica. Per questo, più volte, è stato chiesto un cambiamento. Ma agli italiani non servono rivoluzioni armate, solo la voglia con la quale il popolo nordafricano è sceso in piazza e lo spirito delle donne del 13 febbraio. Solo allora ci sarà un drastico cambiamento.

articolo pubblicato su L’Isola – quindicinale siciliano

Pubblicato da

Damiano Zito

PhD Student e Ingegnere Elettrico. Blogger su il Fatto Quotidiano. Appassionato di tecnologia ed utente Android. Attualmente vivo a Roma. Sul mio blog riverso pensieri, opinioni, collaborazioni e quando capita anche esperienze personali. Mi piacciono la cucina e i vini italiani.

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