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DiDamiano Zito

Se sei africano brucia pure!

Nella piana di Gioia Tauro vivono centinaia di africani. Sono quelli che per arrivare nel nostro Paese hanno rischiato di morire, pensavano di andare in un posto migliore, un posto che gli riconoscesse più diritti.

Tra loro c’è chi dorme in mezzo alle campagne di aranceti e ulivi, coperti solo dalle foglie degli alberi in caso di pioggia e scaldati dal loro stesso fiato in caso di freddo. Alcuni provano a ripararsi costruendo un “tetto” di legno avvolto in un telone di plastica, altri invece hanno avuto la “fortuna” di trovare ospitalità in casolari abbandonati sempre nelle campagne e quasi un centinaio di loro vivono in una ex cartiera a Rosarno.

È avvenuto un incendio proprio nell’ex cartiera proprio qualche giorno fa, quattro ghanesi sono rimasti feriti e per le ustioni sono finiti all’ospedale. L’incendio gli ha tolto tutto ciò che avevano, sono rimasti senza niente, senza vestiti, senza scarpe. Oggi non avere una casa, guadagnare qualche spicciolo per poi mandarlo tramite Western Union alla propria famiglia è reato, se sei “clandestino”, se sei in cerca di un foglio di carta che ti consente di rimanere sei un delinquente. Basta semplicemente essere “in regola” per non essere un “clandestino”, basta che chi sfrutta la manodopera di questi africani gli riconoscesse ciò che a loro spetta di diritto. Basta poco!

Ecco io voglio capire come si trova un medico davanti a un migramte senza documento ustionato o che ha appena avuto un incidente. Voglio proprio capire se secondo le folle ragioni del governo è giusto denunciare questa gente, se è giusto mandarli in carcere perché colpevoli di non avere una casa. Oppure è giusto che se sei africano puoi anche bruciare vivo?

DiDamiano Zito

19 Luglio 2009: Stragi rimosse nella Repubblica dell'Immagine

fiori sulle tombe vs erori (500x375)

Un gruppo di ragazzi scende da un autobus bianco sul quale si legge “Lombardo”, in realtà sono ragazzi per la maggior parte calabresi,  solo uno tra loro credo fosse lombardo, “quasi svizzero” dicono alcuni scherzando.

Cercano via d’amelio, è il 19 luglio 2009, un giorno trise per la Sicilia e per l’Italia. Al primo semaforo i ragazzi si sentono urlare “in fondo a destra!circa 600 metri”, un palermitano che li vede con bandiere con scritto “le loro idee camminano sulle nostre gambe” capisce qual è la loro meta.

La stanchezza è totalmente cancellata dall’emozione che si avverte appena si mette piede in via d’amelio che appare diversa da come si vede nei film, forse a causa delle telecamere che la riprendono dall’alto.

Sono le 9 circa, e mi trovo con i ragazzi di Ammazzatecitutti. La gente è ancora poca, c’è un piccolo via vai, la giornata sta per iniziare. Inizio a riflettere, penso alle parole di Salvatore Borsellino, a quelle di Gioacchino Genchi mentre arrivo davanti al cancello e alzo lo sguardo verso monte pellegrino dove in punta “sorge” castello Utveggio, quel castello da dove sarebbe partito il segnale che ha fatto saltare in aria il giudice con la scorta.

Le persone che sono in via d’amelio sono l’incarnazione dei movimenti antimafia, della rete, del movimento 19luglio1992, sono persone che conosco, con molte di loro mi vedo per la prima volta dopo avere scambiato informazioni su internet, con altre ho condiviso altri momenti di battaglia. Tutta gente che ha rinunciato a un week end di mare, studio, lavoro per ricordare la strage.

Alle 16.58 le agende rosse sono per aria, rispetto alla mattina siamo di più, siamo trecento, forse di più, fa caldo il sole picchia, il ricordo va a Paolo alla scorta.

Palermo non ha dimenticato quanto è successo, l’Italia nemmeno, infatte le stragi che hanno segnato l’inizio della seconda repubblica sono state rimosse. Dov’erano i palermitani?Dov’era la gente che non vuole la mafia?La gente onesta è davvero solo quelle che ho visto in piazza?Non voglio credere che sia così, penso solo che sono molte le persone sfiduciate. La colpa va a chi scredita i magistrati onesti, a chi intralcia e depista le indagini ma anche a chi pensa di fare antimafia meglio degli altri, a chi non sa fare fronte comune, a chi rimuove la lotta alle mafie dalle agende politiche, a chi manca in momenti come quello di ieri, a chi non fa corretta informazione e a chi sta in silenzio. E a tanti altri.

Ormai l’unica cosa che conta è l’immagine, tutti ragazzi e ragazze da copertina. Siamo pronti per la Repubblica dell’immagine.

DiDamiano Zito

Il collegamento tra piazza reale e piazza virtuale

Liberta e partecipazioneDopo piccoli problemi con il mio blog sono tornato on-line.

Veniamo a noi, blogger , facebookiani, lettori. Nel precedente post  ho scritto una lettera aperta a Filippo Facci che in un suo articolo ha detto che «i blogger o sono ragazzini o sono ragazzini dentro». Commenti a parte sulle frasi di Facci, credo che adesso tocca a noi migliorarci per non darla vinta “a lui e a quelli come lui“; non basta stare a piggiare tasti sulla tastiera, tasti che a volte prenderei a pugni per scrivere.Bisogna prendere coscienza, responsabilità e criticarsi dove necessario, io sono disposto a farlo mettendoci anima e corpo in questa battaglia contro chi tenta di imabavagliare i blog, youtube e tutte le piattafome di sharing in internet. Molti siamo a conocenza delle enormi opportunità che ci offre la rete. Amicizie, informazione, condivisione, appuntamenti, proteste, mail, links. Tra quelli che hanno capito che la rete è uno strumento libero, c’è chi tenta di limitarla e per questo ci indigniamo. Iniziamo a mandare mail, commentiamo, telefoniamo,  ma questo non basta, specie in un Paese dove il numero di utenti su internet diminuisce.

Ci sono momenti, quindi, in cui bisogna materializzarsi, spegnere due ore il pc, mollare la tastiera e scendere in piazza con gli altri per confrontarsi, per criticarsi, per chiedere qualcosa di concreto al legislatore, alzare la voce quando e dove necessario, alzare la testa! La rete non deve sostituire la piazza e la piazza non deve sostituire la rete. Entrambe sono piazze, una virtuale l’altra reale e il collegameno tra le due deve essere qualcosa di concreto, solido. Quel collegamento siamo noi, che dalla piazza reale siamo passati a quella virtuale, lasciandoci dietro milioni di persone ignari di quello che si viene a conoscenza nei blog e nei siti di libera informazione. Se interrompiamo questo collegamento commettiamo un errore davvero imperdonabile, saremmo complici della non-informazione. Per questo motivo non scrivere commenti o post in un blog per un giorno, non vuol dire non fare niente. La piazza reale aiuta a conoscerci meglio, serve per un confronto diretto, serve a riorganizzare le idee per ripartire il giorno dopo con nuovi post, serve a fare informazione con il volantinaggio, e ci rende partecipi, perché libertà è participazione.

C’è chi pensa che non scrivere per un giorno non sia corretto perché va contro il principio dell’informazione, allora io propongo a coloro che la pensano così di partecipare alle giornate di sciopero o di incontro per contribuire con la loro opinione in piazza e il giorno dopo di scrivere il solito post magari aggiungendo qualche considerazione sull’esperienza del giorno prima.

Sono sempre convinto che lo sciopero del 14 luglio sia riuscito, perché so benissimo che molti si sono “scollegati” dal mondo reale e che quindi la risposta tra mondo reale e virtuale non è direttamente proporzionale. Quello del 14 luglio è stato un inizio, la piattaforma ning di diritto alla rete deve continuare ad esistere e a contenere le sole informazioni necessarie alla protesta e alla contrapposizione al bavaglio che ci vogliono mettere. Per questo motivo vi chiedo di mantenere saldo il collegamento tra le due piazze, di non dimenticarvi di coloro che quotidianamente si devono assorbire come una spugna le (non) notizie del tg1.

Foto: Chiara Lalli (flickr)

DiDamiano Zito

L'obbligo di rettifica e le ricette di cucina

Che strano, (ri)apro un blog e lo devo fare con un post di protesta, una protesta contro il bavaglio che da più parti stanno cercando di mettere alla rete. Per farlo ci provano in diversi modi, all’inizio cercano di applicare una legge pensata per la carta stampata anche ai siti informatici che si occupano di divulgare notizie poi ci provano con alcune proposte come quelle della Carlucci o del senatore D’Alia che ultimamente hanno davvero fatto discutere.

Il ddl intercettazioni contiene il cosiddetto obbligo di rettifica per tutti i “siti informatici”, obbligo che va eseguito entro 48 ore dalla richiesta, pena 13000€ circa di multa. Come si può pretendere che un blogger abbia il tempo in 48 ore di verificare quanto gli viene richiesto? Se oggi questo obbligo fosse già in vigore il noto videoblog di Claudio Messora sarebbe chiuso. Per capire cosa sto dicendo date uno sguardo alla richiesta di rettifica notificatagli per un post pubblicato un po’ di tempo fa.

Lo studio legale gli chiede di cancellare il post dal suo blog e da altri siti che hanno ripreso la notizia da byoblu. Da non credere ma è così.

In poche parole stanno costringendo chi si occupa di temi scomodi di chiudere o quanto meno di non parlarne più, per evitare di trovarsi con una ammenda il giorno dopo. Così ci ritroveremo tutti a parlare di grande fratello e di ricette di cucina.

Ma l’obbligo di rettifica vale per tutti i ’siti informatici’, quindi anche per quelli di cucina.

Perciò se ad esempio domani scrivessi che per fare la carbonara la ricetta dice che ci va anche la cipolla e se il primo Gianfranco Vissani di turno passasse dal mio blog e mi chiedesse la rettifica perché la ricetta originale non prevede la cipolla, ne avrebbe tutto il diritto. E se io non pubblicassi entro le 48 ore la rettifica della ricetta perché magari sono andato via per un week end, tornerei e mi ritroverei con 13mila euro di multa.

Interessante vero?