Archivio per Categoria Calabria

DiDamiano Zito

La Madonna della ‘ndrangheta

La ‘ndrangheta calabrese raccoglie il consenso di uomini e donne, anziani e giovani approfittando (anche) della fede cattolica della gente, credente, pagana e devota. L’estate è la stagione dei pellegrinaggi e migliaia di fedeli si recano presso i santuari organizzandosi con carovane notturne e c’è chi arriva ai luoghi di culto percorrendo tutto il tragitto a piedi, partendo da casa, con dolorose conseguenze per gli arti inferiori. Una specie di penitenza auto-inflitta, in gergo «’u gutu» per il santo. Per ore ed ore si accompagna il viaggio con tarantelle e canti dedicati alle madonne. I tamburelli, che non vengono mai messi a tacere, si macchiano del sangue delle mani piagate di chi suona senza mai fermarsi.

Tra i santuari più “celebri” della provincia di Reggio Calabria spicca quello di Polsi, con la relativa Madonna della Montagna di Polsi. Ogni anno i mammasantissima della ‘ndrangheta si riunivano e si riuniscono proprio lì.

Ad ogni processione religiosa le statue vengono portate sulla spalla da uomini scelti. Alcuni hanno priorità diverse, c’è chi ha diritto a quel ruolo perché il nonno gli ha ceduto il posto, c’è poi chi si sente in dovere di portare a spalla il santo, quindi per semplice fede. Sotto alle statue capitano spesso uomini pregiudicati, ‘ndranghetisti o presunti tali. Quello di portare in spalla il santo è un gesto di forza, che agli occhi dei più piccoli appare quasi eroico.

Nei paesini di Calabria in estate si ha l’abitudine di raccogliere soldi in vista del pellegrinaggio. Chi organizza la carovana si munisce di santini e cestello, passa casa per casa e ai suoi compaesani chiede «un’offerta per la Madonna». Ma i soldi li prende la madonna? Si chiedono alcuni. Molti, in buona fede, “versano” nel cestello circa 5 euro così «’nci mandu a madonna»(glieli mando alla madonna). Ma dove vanno a finire?

Nell’immaginario collettivo c’è chi è consapevole del rischio che quei soldi (o parte di essi) finiscano direttamente o indirettamente ai carcerati, dunque alla ‘ndrangheta. Non per niente nel gergo comune il santuario di Polsi rappresenta il santuario «della ‘ndrangheta». Lo sanno tutti che a portare il santo sulle spalle c’è sempre almeno un mafioso, lo sa il semplice cittadino, lo sanno i preti, tutti. Qualcuno tra questi presti che ad alta voce e dall’altare, ha espressamente chiesto di non portare soldi a Polsi.

Così si passano le feste religiose calabresi, si organizzano processioni pomeridiane, che terminano nel lo spazio offerto da qualcuno che nel proprio cortile allestisce un altare dove i fedeli possono pregare. Si raccolgono soldi per la festa, naturalmente «della Madonna», che si chiude con canti, fuochi d’artificio e tarantelle. E la gente balla, ma la ‘ndrangheta pure.

foto: ilcamminodellamusica.it

DiDamiano Zito

Provare vergogna

Forse Reggio Calabria ancora non è una città pronta ad applaudire la cattura di latitanti e mafiosi che sono sempre in numero maggiore a finire dentro la rete di Renato Cortese. Sono però certo che manca solo un input che spinga i cittadini onesti e per bene ad uscire dalla cappa della paura e che i tempi stanno facendo maturare coscienze pulite. Lo testimonia la solidarietà dei cittadini reggini che a gennaio – dopo la bomba alla procura – hanno manifestato ai magistrati calabresi.

Ciononostante vi sono spettacoli per i quali non si può andare fieri, al punto da farci provare vergogna. Antonino Monteleone, ne ha provata certamente tanta nel presentarci come è stata accolta – dai familiari – la cattura del latitante Giovanni Tegano a Reggio Calabria.

“Buona visione!”

httpv://www.youtube.com/watch?v=I9jxIMRQlT8

httpv://www.youtube.com/watch?v=gImC-JcvE3E

DiDamiano Zito

Calabria, movimenti del Sud e promesse elettorali

«È giusto che prima delle elezioni regionali la Calabria prenda un miliardo di euro dai fondi per aree sottosviluppate per coprire i propri debiti?No, perché fondi Fas andrebbero utilizzati per far sviluppare la Calabria».

Il ragionamento appartiene al sindaco di Verona Flavio Tosi, intervenuto ieri sera durante la puntata di Porta a porta. Lungi dal pensare che chi vi scrive simpatizzi Lega Nord. La Lega è un partito affermato su idee che sfociano nel razzismo e nella xenofobia, ma come diceva ieri sera ad Annozero, il giornalista del Corriere della Sera, Gian Antonio Stella, i leghisti hanno svolto una campagna elettorale “moderata”. Tant’è che il papa Joseph Ratzinger vi ha trovato in Luca Zaia e Roberto Cota due interlocutori fedeli.

Uno dei punti cruciali che rendono la Lega un partito popolare, è sicuramente la loro reale presenza sul territorio e la lotta verso gli sprechi. Anche se non grida più a “Roma ladrona”.

In Calabria, i movimenti cosiddetti suddisti non fanno altro che accettare la condizioni di abbandono di un territorio sempre più divorato dall’arroganza della ‘ndrangheta e nel momento del bisogno, ovvero quando è ora di mettere in moto la macchina clientelare, si recano a Roma, col cappellino in mano a chiedere qualche soldo (centina di migliaia di euro) dei quali rimane sempre qualche spicciolo per servizi ai cittadini.

Le promesse fattavi durante la campagna elettorale verranno mantenute, alcune solo in parte, ma la Calabria sarà la regione che sempre abbiamo conosciuto.

DiDamiano Zito

Perché gli africani hanno distrutto tutto

Rosarno_africani_sbarre(naturalmenteandrea.it)

Appare difficile in questo momento far capire i motivi di una protesta così violenta e inaspettata(?). Provo lo stesso a spiegare in poche righe, se ci riesco, un concetto che spero sia chiaro. Cerco di fare ragionamenti semplici: in che modo  ci porgiamo verso gli africani che incontriamo per strada, piuttosto che sulle spiagge in estate o durante qualche festa quando ci affacciamo a guardare i loro oggetti messi in vendita sulle bancarelle? Nella maggior parte dei casi, ci rivolgiamo dicendo “ehi cugggino!” o “ciao cugggino, quanto vendere questo?”. Insomma, se stiamo interloquendo con un africano stiamo pensando con la nostra testa che lui è diverso, è più povero, non parla bene l’italiano. Quindi iniziamo ad utilizzare un italiano maccheronico, mischiato al dialetto locale, il tutto nella più totale convinzione che se parliamo la nostra lingua con i verbi sbagliati loro, che a differenza nostra consocono almento due lingue, capiscono meglio. Sembriamo degli stupidi, è come se io volere iniziare scrivere questo sito cu na lingua differenti, pecchì il blog potere essere leggere pure da negro puzzolenti africano di merda, e siccome lui non sapere italiano io scrivere e parlare come uno scemo.

Quando gli africani non ce li abbiamo propriamente davanti a noi, ma stiamo parlando di loro, non li distinguiamo col loro nome, ma iniziamo a dire “i neri” o meglio “i nigri (o nìguri) i rosarnu”, “no! chidi chi abitannu a Collina a Rizziconi”. Per noi non hanno nome, sono tutti salammallik (espressione dialettale che tradotta vuol dire: salame mi lecchi. A voi i doppi sensi). Se un africano lavora con me, lui mi deve considerare suo padrone, perché siamo bianchi e abbiamo quindi tutto il diritto di essere considerati loro padroni. Anche se facciamo lo stesso mestiere. Io sopra lui sotto. Sempre.

Noi li consideriamo tutti uguali, ma solo a loro stessi, hanno le stesse labbra gonfie, lo stesso attributo esagerato, gli stessi denti bianchi, unico segnale di riconoscimento al buio quando percorriamo la statale 18. “Sti nìgri! Se non sorridono rischiamo di metterli sotto con la macchina!”.

Per noi, loro sono solo loro. Kwame è u nìgru, poi u nìgru è Lumumba che è uguale a Gebre, lo stesso di Oba e Ayubu, sì quelli lì i nìgri, proprio loro, quelli uguali a Ekow, Salehe, Thembi, Zuru, Dume, Kojo, Toure, Rudo, Anwar, Gyasi, Muniyka, Okwui, Diara, Wambua e tutti gli altri nìgri.

Per concludere: noi abbiamo sempre considerato la comunità africana, e continuiamo a farlo, una comunità con la quale non ci può essere interazione, culturalmente li poniamo sotto il nostro livello, alcuni di noi li deride, li umilia, gli fa versi. Li trattiamo come i maiali, gli buttiamo il cibo nella mangiatoia, diciamo che puzzano, gli rifacciamo il verso col naso e quando arriva dicembre siamo pronti ad appenderli per la gola, insalsicciarli e gustarceli, fumanti. Per noi sono uguali, puzzolenti ma uguali, a se stessi, come i maiali che riusciamo a distinguere solo per la fisionomia o qualche segno particolare.

Loro hanno fatto lo stesso con noi. Non hanno avuto limiti, hanno riversato su di noi quello che loro subiscono da sempre, lo hanno fatto con lo stesso spirito che noi usiamo nei loro confronti, in quel momento per loro non esisteva pasquale, mario, luigi, giuseppe, rocco, damiano, francesco o andrea, eravamo solo gli italiani razzisti che ce l’hanno con loro! Tutti uguali, indistintamente.

È chiaro il concetto?

foto (naturalmenteandrea.it)

DiDamiano Zito

Auguri a chi?

Perché ci facciamo gli auguri di Natale? Cosa ci auguriamo?

Io gli auguri li faccio agli africani che popolano la piana di Gioia Tauro, a Medici senza frontiere che negli ultimi tre giorni li ha assistiti, ai volontari della piana che hanno aiutato Mdf, ai familiari di Franco Nisticò che è morto gridando, ai pm calabresi come Pierpaolo Bruni, Roberto di Palma, auguri anche a coloro che con il ddl sul processo breve subirebbero gravi ingiustizie come i genitori di Federica Monteleone, agli operai del porto di Gioia Tauro che rischiano il posto di lavoro, ai dipendenti della societa Omega, ai miei conterranei costretti a scappare dalla propria terra, alle forze dell’ordine che a proprie spese continuano indagini importanti, alla gente onesta, a chi odia il proprio lavoro ma se lo tiene stretto, ai familiari delle vittime di ‘ndrangheta, a chi si batte ogni giorno per la legalità, auguri a quei pochi che leggono questo blog, con interesse spero.

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DiDamiano Zito

Non è una poesia

francesco-inzitari

C’è il nero. L’ombra si confonde, non sa chi seguire.

Da un buco una luce, per un attimo l’ombra si allunga.

Il tempo però si è fermato, l’ombra lentamente si riaccorcia. Sparisce.

Il fuoco punge la carne. Il nero si colora. Porpora!

La pioggia cancellerà la porpora sul tappeto ruvido,

si infiltrerà nelle pieghe. Scaverà.

Il vento, invece, porterà via l’odore acre,

lo spargerà nell’aria e lo mescolerà con gli altri odori.

Il sole asciugherà le pozze umide e annullerà il nero.

Tornerà il bianco, ma mancherà qualcosa.

Non trovo una giustificazione.

Lo Stato è stato. O non è mai stato.

DiDamiano Zito

Gaetano Saffioti, un imprenditore da prendere come esempio

GaetanoSaffioti

Ci sono strade e strade, ferrovie e ferrovie. Ci sono quelle costruite a regola d’arte e quelle buone, ma solo per metà. Come succede in Calabria, dove le indagini del sostituto procuratore  Dominijanni della Dda di Catanzaro, hanno accertato che per un tratto ferroviario, fra Settignano e Catanzaro Lido, è stato usato poco più della metà del cemento previsto per l’appalto. Dove c’è cemento c’è estorsione. Ma non tutti denunciano.

Le ‘ndrine impongono i materiali da usare, dove prenderli e in che quantità usarli. Impongono chi deve lavorare e chi no. Se ti sottoponi alle regole all’inizio le richieste sono minime, inziano con il 3% dell’appalto, ti dicono chi assumere, poi aumentano le richieste, fino a che non arrivano a prendere il controllo della tua azienda.

Gaetano Saffioti è un’imprenditore, produttore di cemento, uno di quelli che hanno avuto a che fare con gli appalti pubblici. Dopo diversi danneggiamenti ricevuti ha preso una decisione che gli ha cambiato la vita. Gli avevano consigliato di andare via, ma non di denunciare, e invece non solo è rimasto ma ha anche denunciato. Questo gesto gli è costato l’isolamento, l’emarginazione. Il suo stabilimento lo si nota sulla statale 18, sembra un territorio militare, una «trincea». Ha rinunciato solo al nome della sua impresa negli appalti pubblici, è rimasto in Calabria, continua a lavorare, ma soprattutto a lottare.

È un uomo che chiede (paradossalmente) di essere libero e di poter lavorare serenamente. Con questo post gli voglio rinnovare la mia solidarietà e se volesse raccontare un po’ della sua storia, questo blog è disponibile.

DiDamiano Zito

La piana di Gioia Tauro tra inceneritore, turbogas, discariche abusive e piccoli roghi. Che aria si respira?

inceneritoregioiaturo

All’occhio di un passante la piana di Gioia Tauro da l’impressione di un territorio abbandonato, dimenticato da Dio.

Ai lati della strada vedo l’erba bruciata, dal sole e dall’uomo. Quella bruciata dal sole assume un colore giallo scuro, quella bruciata dall’uomo è ovviamente nera. In questo periodo per pulire i bordi e alcuni campi c’è chi  pensa bene di dare direttamente fuoco alle erbacce e a tutto quello che esse ospitano, ovvero bottiglie di plastica, buste, lattine, pacchetti di sigarette, cartoni della pizza, bottiglie di birra, vecchi bidoni arrugginiti, gomme che provocano fumo nero.

C’è qualcosa che non va nella piana. Come dicevo, ai bordi delle strade si vede molta spazzatura che è stata lanciata barbaramente dai finestrini, poi con l’arrivo di qualche “turista di ritorno”, ovvero emigrato, per le strade si sono moltiplicati i materassi vecchi, divani, scaldabagni, credenze, televisori, tutti oggetti sostituiti e che evidentemente si trovavano nelle case diventate ormai case vacanze . Basta farsi un giro per le strade e guardare con i propri occhi. Si trova di tutto e a volte si trovano delle vere e proprie discariche abusive, fumanti, dei piccoli inceneritori fai-da-te.

Tra il depuratore e l’inceneritore ormai si fa fatica a distinguere i profumi dalle puzze. Ci sono giorni che la puzza di spazzatura si sente a diversi chilometri di distanza sia dalla discaricha di Marrella, sia dall’inceneritore di Gioia Tauro. Oggi pomeriggio sono stato sotto l’eco-mostro e la puzza non mi ha fatto resistere per più di cinque minuti. Mi sono chiesto come si fa a lavorare con quell’odore terribile. Ma anche come facciamo noi ad inalare quell’aria irrespirabile e a non lamentarci.

A questo punto mi chiedo ancora quale sia la qualità dell’aria della piana di Gioia Tauro, vista la presenza, oltre che dell’incenritore, anche della centrale a Turbogas di Rizziconi. Me lo chiedo dato che quest’ultimo impianto in un primo momento era stato ritenuto dal nucleo VIA Regionale

Non comptaibile con l’ambiente ed il territorio interessato”

Un cittadino ha o no il diritto di sapere che aria sta respirando? Perché i siti dell’Arpa, in questo caso ARPACAL, una volta effettuate le rilevazioni, non riportano integralmente le relazioni in modo che siano consultabili liberamente da tutti i cittadini? Sarebbe un servizio utilissimo e sarebbe ancora meglio se si creasse una banca dati dei casi tumorali che pare siano in aumento i questa zona. Gli studi epidemiologici in altre regioni hanno dimostrato che esiste un nesso tra alcune patologie tumorali e l’esposizione alla diossina prodotta dagli inceneritori.

In Calabria si muore di tutto, di malasanità, di mare, di rifiuti.

DiDamiano Zito

Un garante per tutti, un calabrese

Un signore (calabrese) è indagato assieme al giudice del tar della Calabria per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Questo signore è garante della privacy di tutti noi, si chiama Giuseppe Chiaravalloti, un garante per tutti.

DiDamiano Zito

Se sei africano brucia pure!

Nella piana di Gioia Tauro vivono centinaia di africani. Sono quelli che per arrivare nel nostro Paese hanno rischiato di morire, pensavano di andare in un posto migliore, un posto che gli riconoscesse più diritti.

Tra loro c’è chi dorme in mezzo alle campagne di aranceti e ulivi, coperti solo dalle foglie degli alberi in caso di pioggia e scaldati dal loro stesso fiato in caso di freddo. Alcuni provano a ripararsi costruendo un “tetto” di legno avvolto in un telone di plastica, altri invece hanno avuto la “fortuna” di trovare ospitalità in casolari abbandonati sempre nelle campagne e quasi un centinaio di loro vivono in una ex cartiera a Rosarno.

È avvenuto un incendio proprio nell’ex cartiera proprio qualche giorno fa, quattro ghanesi sono rimasti feriti e per le ustioni sono finiti all’ospedale. L’incendio gli ha tolto tutto ciò che avevano, sono rimasti senza niente, senza vestiti, senza scarpe. Oggi non avere una casa, guadagnare qualche spicciolo per poi mandarlo tramite Western Union alla propria famiglia è reato, se sei “clandestino”, se sei in cerca di un foglio di carta che ti consente di rimanere sei un delinquente. Basta semplicemente essere “in regola” per non essere un “clandestino”, basta che chi sfrutta la manodopera di questi africani gli riconoscesse ciò che a loro spetta di diritto. Basta poco!

Ecco io voglio capire come si trova un medico davanti a un migramte senza documento ustionato o che ha appena avuto un incidente. Voglio proprio capire se secondo le folle ragioni del governo è giusto denunciare questa gente, se è giusto mandarli in carcere perché colpevoli di non avere una casa. Oppure è giusto che se sei africano puoi anche bruciare vivo?