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DiDamiano Zito

Vecchio Professore Cosa Vai Insegnando?

Provate a confrontarvi con uno studente di una università straniera o con qualcuno che ha approfittato del programma Erasmus per andare a studiare in una università europea. Il risultato sarà il racconto di un mondo completamente diverso e dove l’università è degna di essere chiamata tale. Strutture bellissime, aule attrezzate e nessun banco rotto. Lavagne luminose, proiettori e laboratori attrezzati, ma soprattutto utilizzati.

La storia che vi racconteranno potrà sembrare quella appena uscita da un film ma è pura realtà. Perché nelle nostre facoltà i professori utilizzano ancora i vecchi lucidi, o chi invece ha perso la voglia di scrivere alla lavagna ha sostituito tutto con qualche file power point da proiettare agli studenti stando seduti dietro una cattedra. Questo perché (laddove c’è l’uso della tecnologia), i professori non hanno ben inteso che le slide servono solo da supporto per la lezione, che la lavagna è lì a posta per scrivere quello che oggi viene omesso e che prima veniva trattato, mentre adesso gli studenti sono costretti a stampare montagne di carta per studiare su un file che dice poco o nulla.

Certo, la differenza non la fa il proiettore più costoso, perché alla fine ciò che conta è lo studio che però potrebbe essere rafforzato e completato con l’ausilio dei computer ormai potentissimi calcolatori che possono migliorare l’apprendimento almeno per gli esami applicativi.

Invece le aule adibite ad uso informatico sono incapaci di ospitare tutti gli studenti di un corso ma è altrettanto vero che oggigiorno quasi tutti posseggono un computer portatile.

Per non parlare dell’utilizzo del web che se ne fa dentro le nostre università. Capita infatti che la pagina web di un professore diventi un semplice deposito di slide (piene di errori e mai corretti), mentre vengono sottovalutati gli strumenti che la rete oggi ci mette a disposizione. E capita pure di non trovare informazioni sul corso tenuto.

Mentre fuori c’è chi organizza lezioni via Skype, chi le registra e le fornisce agli studenti e chi stimola ne la creatività mediante l’utilizzo di risorse per produrre contenuti.

Quando capiremo tutte queste potenzialità forse saremo già proiettati in un futuro con più spazio per i giovani. Nel frattempo dobbiamo fare i conti con la realtà quindi per il momento ci teniamo il banco rotto e soprattutto ci ricordiamo che abbiamo un conto da pagare, ovvero quello di riforme che continuano a tagliare e a non investire sul nostro futuro. Riprendiamocelo.

PS: Anche in Italia per fortuna abbiamo valide (seppur poche) eccezioni!

 

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DiDamiano Zito

Secessione? Chiedete a Bossi, anzi a Tremonti

«Secessione, secessione, secessioneee!!» gridava la base leghista riunitasi a Pontida lo scorso 19 giugno. Gli elettori padani sono ormai stanchi e cominciano a non credere alle promesse della campagna elettorale e spingono il leader Umberto Bossi a chiedere il conto a Berlusconi.

Detto fatto. Dal palco il Senatur ha detto specificato chiaro e tondo che qualora non venisse rispettata l’agenda leghista allora faranno cadere il Governo in autunno. E quanto alla secessione? «Tenetevi pronti». Ma la Lega parla sul serio o sono solo cose già sentite? E poi, è davvero in grado di tenere in pugno Berlusconi e la sua maggioranza in Parlamento?

Quanto alla prima domanda parrebbe si tratti di un modo per tenere ancora un po’ a bada gli elettori delusi. Ma analizzando le vicende della scorsa settimana, durante il voto della legge comunitaria per recepire circa quaranta direttive europee, se la Lega agisse sul serio potrebbe decidere in qualunque momento di mandare a casa il Governo. Anche se secondo quanto si legge in questi giorni qualcosa dentro al partito di Bossi non va come dovrebbe tanto che i leghisti si sono trovati divisi sull’approvazione di alcuni emendamenti importanti per regolare i conti dello Stato. Il dopo Pontida è sempre più difficile in casa leghista.

C’è chi individua almeno due “correnti” contrapposte, ma Bossi continua a smentire. Per non parlare del centrodestra in completo sbaraglio e dei parlamentari pidiellini che – sempre a detta di Bossi – invece di votare vanno al bar. Il tutto mentre si cerca di dare al Paese la giusta direzione per uscire dalla crisi e dare una risposta all’Unione Europea e al mercato, specie dopo gli avvertimenti arrivati dalle agenzie di rating che hanno declassato il punteggio dell’Italia.

I contenuti della manovra sono saltati fuori solo dopo la tempesta dei referendum e delle amministrative che ha travolto la maggioranza che ne è uscita ammaccata e traballante.

Il rischio che corriamo è alto, anche se ciò non sembra. Secondo il ministro Tremonti c’è il bisogno che si vada avanti per non finire come la Grecia che nel frattempo, onde evitare il default, ha approvato una manovra di tagli per 78 miliardi di euro. Il ministro dell’Economia dice che lo preoccupa molto il divario tra Nord e Sud. L’Italia – dice – è un Paese duale, ma non può essere un Paese diviso. È il dilemma che molti ancora non sanno spiegare: come queste parole siano conciliabili con la secessione di Bossi e del popolo leghista è tuttora incomprensibile.

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DiDamiano Zito

Le Campagne Elettorali si Fanno sul Web ma Il Divario Digitale Rimane Irrisolto

Fino a pochi anni fa il mondo della politica apparteneva solo ai delegati dal popolo che rimaneva ignaro delle funzioni svolte dai propri rappresentanti, salvo le classiche informazioni di giornali e tg televisivi. Oggi con la diffusione della Rete qualcosa è cambiato, i cittadini sono parte attiva della vita politica del Paese e grazie a portali come Open Polis tengono sotto controllo l’attività di ogni singolo parlamentare, ad oggi eletto – va ricordato – con una legge elettorale la quale tutti vogliono cancellare ma che fa comodo quando c’è da nominare qualche amico nelle liste elettorali.

Per capire che l’estensione del collegamento a internet sta mutando i processi storici e politici di interi Paesi basta pensare alla Tunisia, all’Egitto, la Siria e non ultima la Libia dove grazie alla rete i giovani organizzano proteste contro i dittatori e veicolano le informazioni via Twitter e Facebook.

È così che grazie a internet si stanno letteralmente accelerando i processi di democratizzazione di molti Paesi, mentre dove la democrazia è già instaurata la rete diventa strumento di organizzazione di proteste contro i governi o un potentissimo mezzo per comunicare e fare campagna elettorale. Conosce questi meccanismi il presidente Usa Barack Obama che tramite internet ha raccolto fondi per la sua campagna e i voti che lo hanno portato alla Casa Bianca. Ora Obama ha deciso di destinare 70 miliardi di euro per una rete “clandestina” di supporto ai giovani dissidenti che combattono i regimi.

In Italia, forse con un leggero ritardo, la rete sta iniziando ad assumere un ruolo sempre più decisivo: è sufficiente analizzare le ultime elezioni. Sui giornali dopo l’esito delle amministrative e del referendum in molti pensano che l’era del Berlusconi “Grande Comunicatore” stia tramontando a favore di una comunicazione trasversale quale quella su internet. Se pensiamo al solo referendum, nonostante lo scorporamento dalle amministrative e le poche informazioni in televisione, è la rete ad aver decretato il successo grazie ad una campagna massiccia e creativa sul web e per capire la rilevanza di ciò basta dare un occhiata il sito Linkiesta che ha pubblicato una minuziosa analisi dei flussi in internet prima e durante il voto per i quesiti referendari.

Tuttavia rimane il fatto che in Italia la qualità della rete non sia delle migliori ed esistono zone che non vengono raggiunte da collegamento a internet, il tutto nonostante le promesse del governo per cancellare il digital divide.

 

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Photo Credits | 姒儿喵喵

DiDamiano Zito

Annunciata La Manovra Economica Ma I Cervelli Sono Sempre In Fuga

Dentro l’Unione Europea l’Italia rimane il fanalino di coda perché – dice l‘Istat – negli ultimi dieci anni ha realizzato il tasso di crescita peggiore tra tutti i Paesi. Il dato dice che il tasso medio di crescita dell’economia italiana è stato dello 0,2 per cento mentre nella Ue del 1,3 per cento e sempre secondo l’Istat l’Italia è più vulnerabile di quanto lo era qualche anno fa.

Gli esiti del rapporto annuale non hanno aiutato il Governo che ha incassato un duro colpo dopo le elezioni amministrative. E oltre i numeri dell’Istituto Nazionale di Statistica, che oggi suonano come la conferma del disastro economico già noto, l’altra patata bollente è arrivata da Standard & Poor’s. Poco prima dei ballottaggi infatti l’agenzia di rating americana ha di fatto bocciato le politiche economiche del Governo, al punto che il ministro Giulio Tremonti si è visto costretto ad annunciare una manovra per il prossimo luglio senza però dare grossi dettagli sul contenuto per evitare di influenzare il voto su città in ballottaggio come Milano e Napoli.

Il ministro dell’Economia tuttavia ha contestato i dati dell’Istat (secondo cui quasi il 25 per cento della popolazione è a rischio povertà) perché secondo Tremonti la ricchezza non è scesa nonostante le difficoltà.

Nel rapporto statistico compaiono ancora i giovani precari cui questa rubrica dedica molta attenzione. E la conferma è che oltre ai giovani disoccupati (ormai il 30 per cento della popolazione) altri due milioni sono inattivi che quindi non lavorano e non studiano. Sempre per quanto riguarda ancora i giovani e l’istruzione, si registra un dato preoccupante sugli abbandoni scolastici prematuri: in Italia la media è del 18 per cento ma più a Sud, in Sicilia, un giovane su quattro lascia in anticipo la scuola. Da un’inchiesta di Eurobarometro poi risulta che mentre in Europa il 76 per cento c’è fiducia sugli studi universitari, in Italia il 56 per cento è totalmente sfiduciato dagli studi per la laurea. Considerano cioè il percorso universitario come un investimento senza frutti per il futuro.

Buona parte di chi invece ci crede e ha studiato per conseguire la laurea è andata a finire all’estero per rimanerci e mai più tornare. Persiste inoltre il problema che in Italia dopo i cervelli senza ritorno, non ve ne siano dei nuovi provenienti da altri Paesi in grado di rimpiazzare quelli evasi. Si crea perciò un buco che al momento rimane incolmabile il quale contribuisce a fare del nostro un Paese mediamente poco istruito.

Questo articolo è stato pubblicato su L’Isola – quindicinale siciliano

Photo Credits | aranjuez1404

DiDamiano Zito

Il Sud Non Vuole il Movimento 5 Stelle

Durante la campagna elettorale per il voto delle amministrative del 15 e 16 maggio si è parlato molto dei volti nuovi e dei giovani in politica, anche grazie al Movimento 5 Stelle che ha raggiunto ottimi risultati in numerose città, specie se le percentuali vengono paragonate alle migliaia di euro che i partiti spendono per le campagne elettorali grazie ad una legge che consente generosi rimborsi.

Il Movimento che si ispira ai temi del blog di Beppe Grillo non è partito e non è un caso che i suoi candidati si facciano chiamare portavoce: sono cittadini comuni che hanno deciso di impegnarsi in politica ma con regole diverse da quelle della “casta” Grillo si è sempre scagliato. È per questo che dopo il primo turno delle elezioni, cioè dopo che il centrosinistra si è reso conto della potenzialità dei ragazzi a cinque stelle, che giornalisti e politici si sono accorti del Movimento. Ne sa certamente qualcosa il partito di Antonio Di Pietro.

Grillo ha più volte marcato, durante il tour elettorale, la giovane età dei candidati a cinque stelle come elemento che li contraddistingue dagli altri partiti nazionali, di destra e di sinistra, perché l’inesperienza in politica – secondo il comico – significa essere svincolato dai poteri forti e dalle lobby. Avrà ragione e non è, speriamo, il caso del Movimento ma non è sempre così. Infatti, a scanso di equivoci, è bene sottolineare che non sempre l’età giovane significa politica migliore, e di pessimi esempi ce ne sono a migliaia. Capitano quei casi in cui un giovane o una giovane finisca candidato a consigliere comunale, assessore regionale e perfino al Parlamento Europeo non per le doti e la passione per la politica ma per motivi poco noti che degenerano in reati. Il caso più eclatante è quello delle “giovani vergini” reclutate da Giampaolo Tarantini per il premier Berlusconi, per dirla con Veronica Lario. Il Sud che manda via i cervelli migliori si tiene giovani sotto ricatto perché senza lavoro e giovani con buoni propositi ma lasciati soli. Ad ogni elezione c’è chi darebbe i voti dell’intera famiglia pur di ottenere uno stipendio a fine mese. In alcuni casi questa situazione si trasforma in un’arma a doppio taglio. I vecchi politicanti e i mafiosi (eh già, anche loro) piazzano i nuovi volti nelle loro liste e così ci fanno due buone figure: con la gente e con l’ingenuo mal capitato che pensa di aver risolto i propri problemi. E non è un caso che il Movimento 5 Stelle al Sud non riesca ad emergere.

 

Articolo pubblicato su L’Isola – quindicinale siciliano

 

Photo Credits | Elena Lombardo

DiDamiano Zito

Ma le Province non Erano da Abolire?

Quando queste righe saranno sotto gli occhi dei lettori de l’Isola saranno in corso le elezioni amministrative di questo travagliato 2011. Le elezioni riguardano comuni e province. Queste ultime, secondo i programmi e le promesse della scorsa campagna elettorale, andavano abolite perché considerati enti inutili ma soprattutto costosi e funzionali solo a soddisfare le richieste della macchina clientelare che al Sud continua ad avere grande consenso.

Oltre al Pdl anche il Pd, che nel 2008 era capeggiato da Walter Veltroni, era favorevole all’abolizione delle province. Se ne parlò tanto, ma solo fino a qualche giorno dopo la vittoria dell’attuale maggioranza. Sono bastati pochi giorni per concentrare le attività parlamentari sulle leggi che il Governo propose in tema di giustizia: dalla blocca processi fino al lodo Alfano.

Qualche progetto di legge in verità è depositato negli archivi della Camera dei Deputati, ma a quanto pare è bene anche per la stabilità del Governo che lì ci rimanga. È noto infatti che Umberto Bossi e quindi la Lega Nord non sia affatto favorevole all’abolizione delle province. Guai a chi tocca Bergamo, altrimenti “succede la guerra civile”. Questo è stato il commento di Bossi un po’ di tempo fa quando i finiani proposero di eliminare le province.

Ora che l’area finiana si è staccata dal Pdl formando Futuro e Libertà è sicuramente molto più facile per Berlusconi gestire la questione. Come? Non parlandone più evitando di creare qualche mal di pancia ai leghisti o al ministro Giulio Tremonti.

Quello che stupisce insomma è la non coerenza tra le proposte, promesse e i fatti. In questa tornata elettorale entra nel mondo politico il Movimento a Cinque Stelle che ha fatto molto discutere per i modi e per i candidati. Non perché pregiudicati, indagati o chissà, ma perché come per il caso di Mattia Calise, i candidati del Movimento sono giovani, senza esperienza politica e portano delle idee fondate sulla democrazia diretta. Staremo a vedere se questo “virus” per dirla alla Beppe Grillo sarà in grado di cambiare dal basso la politica, ma una cosa è certa: il Movimento ha partecipato alle elezioni provinciali amministrative in perfetta sintonia coi primi due punti del programma, e cioè abolizione delle province e accorpamento dei comuni sotto i 5 mila abitanti. Eppure, nonostante gli altri partiti si siano sempre dichiarati a favore dell’eliminazione di questi enti, alla fine finisce che continuano a partecipare.

 

DiDamiano Zito

I Tagli alla Ricerca…anche Nucleare

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nei giorni scorsi è andato a visitare il Laboratorio Europeo per la Ricerca Nucleare. Il Cern è il laboratorio più grande al mondo per quanto riguarda la fisica delle particelle e ha sede a Ginevra, periferia ovest. Proprio qui, al confine tra la Francia e la Svizzera è nato nel 1989 il World Wide Web, cioè quel www che tutti i giorni digitiamo sui nostri computer per navigare sui siti internet. L’esperimento del www una volta testato nella prima rete di computer del Cern è stato reso pubblico il 30 aprile del 1993 e questa rivelazione ha aiutato ad estendere in tutte le sue potenzialità la “rete delle reti”, quella che oggi conosciamo col nome di Internet.

Ai progetti del Cern lavorano e collaborano migliaia di scienziati di venti Stati membri fra cui un numero consistente di italiani (circa 1500 su 6000). E oggi i quattro maggiori esperimenti di accelerazione di particelle sono condotti proprio da quattro fisici italiani. Si chiamano Fabiola Gianotti, Pierluigi Campana, Paolo Giubellino e Guido Tonelli.

È curioso però come l’Italia investa poco denaro per la ricerca scientifica nonostante nel frattempo gli italiani riescano a raggiungere ottimi risultati specie in progetti di ricerca all’estero (dati Ocse).

Sono meno curiose le ultime manovre economiche del Governo che ha deciso di assimilare la ricerca scientifica fra le voci dei “tagli alla spesa pubblica” diminuendo così anche i fondi per il Cern.

Uno studio recente dell’Unione Europea, basato su ben 25 diversi parametri, dimostra in effetti che l’Italia è un Paese che crede poco nell’innovazione. La classifica del rapporto è stilata in gruppi: i primi due sono quelli con un tasso di innovazione elevato e vi appartengono paesi come quelli scandinavi, la Germania, la Francia o il Belgio. L’Italia sta all’ultimo posto del terzo gruppo su quattro, subito dopo ci sono i paesi dell’est con uno scarso tasso di innovazione.

Il Capo dello Stato parlando ai ricercatori ha detto: “Anche in questa fase di tagli della spesa pubblica, di rigore in seguito all’accumulo di un grande stock di debito pubblico, ritengo che questi tagli non possano essere fatti con il machete. Non si possono mettere sullo stesso piano tutte le spese”. Ha poi aggiunto: “Ci sono voci di spesa che non possono essere sacrificate in modo schematico e alla leggera perché sono in un certo senso dei finanziamenti dati ai nostri giovani, alla scienza e al nostro futuro”. Come non essere d’accordo?

articolo pubblicato su L’Isola – quindicinale siciliano

Photo Credits | solarnu


DiDamiano Zito

Politiche Per Vecchi In Un Paese Per Vecchi

Le generazioni dei nostri nonni hanno vissuto un periodo di crisi economica e poi di crescita industriale. Chi fra questi rimane ancora in vita, assiste ad una situazione inversa. I nostri nonni insomma hanno vissuto meglio dei propri genitori, così come la generazione dei nostri genitori ha vissuto ancora meglio dei propri padri. Ma il processo di crescita lineare si è interrotto. Non ci sono statistiche e indicatori che tengano: l’attuale generazione giovanile vivrà peggio. Cosa sta facendo il Paese per impedire che questa tragica previsione, se non già realtà, venga impedita?

Secondo i sondaggi sulla politica nazionale la percentuale di astenuti continua sempre ad aumentare e non è difficile individuare la causa di ciò nella distanza che si è creata fra la politica e il paese reale. Gli errori e le spregiudicatezze del passato ricadono sulle spalle e sulle tasche di andrà coi propri soldi a pagare il debito dello Stato italiano che continua a lievitare di giorno in giorno.

E intanto l’Italia continua ad invecchiare. Spesso oltre al fatto che i giovani di oggi vivranno peggio dei loro genitori si dice anche che queste generazioni non percepiranno pensione. Secondo i dati della Ragioneria di Stato in effetti chi oggi andrà in pensione riceverà circa il 70% del proprio stipendio, chi ci andrà fra 20 anni il 55%. E chi vivrà nel precariato? I dati rimangono nascosti.

Il sospetto è che in Italia si continui a fare una politica per vecchi. L’ultimo rapporto Eurispes registra che per i giovani dai 25 anni in su si verifica uno stato di insofferenza e disillusione non appena messo piede nel mondo del lavoro. Insomma, la generazione dei precari, o generazione P, quella degli stage non retribuiti, delle partite iva per lavorare come consulente esterno dentro le aziende, delle assunzioni a tempo determinato, che prospettive ha?

Il 40% delle persone tra i 25 e i 34 anni – sempre secondo l’Eurispes – oggi lascerebbe volentieri il nostro Paese per andare all’estero (il dato è in aumento rispetto ai precedenti rapporti), preoccupato soprattutto per la precarietà. E tale preoccupazione è molto diffusa nell’area del Mezzogiorno. Ma qui viene fuori un dato molto interessante. L’Eurispes ha registrato che nelle Isole quasi il 63% degli abitanti non lascerebbe la propria terra per andare all’estero.

Così, nonostante i problemi economici, che si accentuano al Sud e nelle Isole, la maggior parte della popolazione di queste aree dice di essere contenta di vivere nel proprio Paese.

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Photo Credit: /amf | Flickr

DiDamiano Zito

2011: L’Anno Dei Giovani e Della Disoccupazione

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Il 2011 dovrebbe essere l’anno dei giovani, o almeno così ha fatto intendere il Presidente della Repubblica che ha dedicato il discorso di fine anno a chi oggi deve compiere delle scelte per il proprio futuro, esortando così il mondo politico affinché ci sia un “impegno comune per raccogliere le sfide di questo grande tornante storico”.

Ma a giudicare dagli argomenti di cui discute oggi il Paese francamente sembra che l’obiettivo di interesse unitario su cui tutti avevano promesso di concentrarsi si stia piano piano allontanando.

Eppure i segnali per metterci sull’attenti ci sono tutti. L’ultimo campanello d’allarme arriva direttamente da Washington: secondo il Fondo Monetario Internazionale infatti per l’Italia si abbassano le stime di crescita previste per il prossimo anno. Le imprese italiane nel frattempo aspettano che le promesse di detassazione della produttività e altri interventi già annunciati si realizzino il prima possibile.

C’è una voce in Italia che però inascoltata, è quella dei giovani che – dice il presidente Giorgio Napolitano – denunciano un vuoto e sollecitano risposte.

Consultando la banca dati “Noi Italia 2011” fornita dall’Istat in effetti emerge un quadro allarmante. La disoccupazione giovanile al 25,4 per cento è di per sé un fenomeno preoccupante, ma andando ad analizzare più a fondo le statistiche esce fuori un risultato che dovrebbe far riflettere ancora di più visto che il 2011 è anche l’anno delle celebrazioni per l’Unità d’Italia. Infatti altro che festeggiamenti: la disoccupazione giovanile va via via aumentando se si guardano i numero dal Nord verso Sud. La Sardegna ha un tasso di disoccupazione dei giovani elevatissimo, pari al 44,7 per cento. Subito dopo ci sono la Sicilia, la Basilicata e la Campania con il 38 per cento, a seguire la Calabria, la Puglia, il Lazio (che si assimila alle regioni del Mezzogiorno), e via elencando. Stesso discorso per gli altri indicatori, come il tasso di inattività, o il numero di giovani che non lavorano e non studiano (i cosiddetti Neet).

Per fronteggiare questi problemi il Governo ha presentato la sua ricetta. Si tratta di circa un miliardo di euro da investire per effettuare un monitoraggio sul mercato con un conseguente piano per l’orientamento scolastico e una banca dati sempre aggiornata con le figure più richieste nel mondo del lavoro. Poi però il ministro Giorgia Meloni ha spiegato che i giovani, pur senza generalizzare, hanno una certa “inattitudine all’umiltà”. Ecco, a volte è meglio tacere.

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Photo Credit: renjith krishnan / FreeDigitalPhotos.net

DiDamiano Zito

Chi rappresenta i giovani precari?

Secondo il Ministro del Welfare Maurizio Sacconi il problema della disoccupazione giovanile ha una matrice precisa: i genitori distratti che da “cattivi maestri” hanno condotto i propri figli “a competenze che non sono richieste dal mercato del lavoro”. La ricetta proposta è quella di meno studio e più figure professionalizzate.

Intanto l’Istituto nazionale di Statistica fornisce dati poco confortanti i quali dicono che il tasso della disoccupazione (stabile all’8,7 per cento) è al massimo storico dal 2004, ma che il numero di giovani senza lavoro continua ad aumentare. Per loro cercare un’occupazione non è un gioco, anche se il ministro Giulio Tremonti parla della crisi economica definendola “un videogame con dei mostri da sconfiggere”.

Sempre secondo il ministro Sacconi i giovani devono saper accettare qualsiasi offerta, qualunque essa sia. Certo questo aiuterebbe a far uscire qualche “bamboccione” da sotto il tetto dei genitori, ma per quanto tempo è possibile farlo e a quali condizioni?

La vicenda del referendum Fiat a Mirafiori inquadra perfettamente la situazione in Italia: da una parte una azienda che tenta di uscire da una crisi pesante e ripartire con la produzione, dall’altra gli operai che si trovano a dover affrontare la scelta di rinunciare a qualche diritto, conquistato negli anni passati con dure lotte, pur di mantenere il posto di lavoro. Una strada molte volte senza uscita comune a tanti di quei giovani che oggi entrano nel mondo del lavoro e a cui viene offerto un contrattino con durate che variano dai 10 giorni prorogabili di volta in volta, fino ai 6 mesi o 12 per i più fortunati. Chi entra a queste condizioni godrà di qualche vantaggio, ma nessuno gli leverà mai dalla testa che alla scadenza del contratto potrebbe essere mandato a casa.

Inoltre quali sono i sindacati che difendono queste categorie di lavoratori? Per questo esercito di giovani si crea un problema di rappresentanza sia sindacale che politica. Un sondaggio commissionato dal segretario democratico Pierluigi Bersani rivela infatti che Pd e Pdl, cioè i due maggiori partiti in Italia, rappresentano solo i vecchi del Paese e godono di una scarsa credibilità nel mondo giovanile. Entrambi i partiti potrebbero raggiungere, sommando i loro voti, la soglia del 65 per cento, ma solo se a votare fossero esclusivamente i pensionati. E studenti, disoccupati, operai e tutte quelle categorie che soffrono la crisi? Né il Pd né il Pdl sono in grado di rappresentarli.

articolo pubblicato su L’Isola – quindicinale siciliano

DiDamiano Zito

Figli minori

Proviamo a soffermarci su dei giovani di cui non si parla mai. Sono figli che devono sopportare il peso di avere come genitore un collaboratore o un testimone di giustizia.

Tra questi c’è gente che ha deciso di denunciare il racket mandando in galera i propri estorsori, e chi dopo essere stato mafioso ha deciso di pentirsi.

Quando un imprenditore denuncia, anche moglie e figli rientrano tra i soggetti minacciati dai mafiosi.

Pino Masciari è uno degli imprenditori calabresi che ha deciso di percorrere la strada della legalità, ha rinunciato ad una vita normale con la moglie, e così i due figli si sono visti privare della libertà a differenza dei propri coetanei. Anche Gaetano Saffioti è calabrese come Masciari. Nove anni fa ha denunciato il racket ma è rimasto in Calabria con la sua impresa di movimento terra, e qui continua a lavorare. Suo figlio può uscire di casa solo quando la scorta non è già impegnata con gli altri membri della famiglia.

Ci sono poi i figli di mafiosi del calibro di don Vito Ciancimino che conservano segreti e memorie, come Massimo il quale racconta ai magistrati i segreti e le relazioni segrete di Cosa Nostra con lo Stato. Ciancimino jr ha a sua volta un figlio piccolo, sul quale grava già il peso del nome: Vito Andrea. In una lettera recapitata al padre venivano rivolte delle minacce al piccolo, probabilmente ancora ignaro delle vicende del nonno e del forte peso che oggi hanno le parole del padre.

“L’incoraggiamento va a tutti i figli dei collaboratori di giustizia perché sappiano costruire ciò che meritano”, è una frase scritta nelle note di chiusura del libro Metastasi di Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli.

La metastasi raccontata dai cronisti di Libero è la ‘ndrangheta al Nord nelle parole del pentito Giuseppe Di Bella, che oggi vive in compagnia del figlio. Nel libro appare sullo sfondo, in silenzio. Viene descritto come un ragazzino di poche parole, dallo sguardo perso nel vuoto e molto riservato.

La vita che conduce il figlio di un pentito è una emigrazione continua da una casa all’altra, neanche il tempo di fare conoscenza con la gente del posto. Uno spostamento dopo l’altro, ognuno forzato per ragioni di sicurezza e alla fine finisce che il ragazzino non ha amici e inizia ad avere difficoltà a relazionarsi.

Sono tanti i nomi di questi bambini che appaiono nelle dediche di libri che raccontano l’Italia peggiore. Li leggiamo nelle note di ringraziamento, spesso il solo fatto di essere venuti al mondo per loro è una colpa.

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foto: Wroke

DiDamiano Zito

Giovani dimenticati

I giovani che in questi giorni stanno manifestando sui tetti e per le strade sono parte di quella metà del Paese a cui “è stata tolta la parola”. Si tratta di quella parte di italiani sotto i quarant’anni che vive il disagio del presente e l’incertezza del futuro.

Sono studenti e ricercatori, nel primo caso molto giovani, nel secondo invece sono persone con decenni di precariato alle spalle, con figli e che non possono permettersi di vivere come i loro colleghi che nel resto dell’Europa guadagnano molto di più a condizioni sicuramente migliori.

La situazione degli atenei italiani va via via peggiorando, specie dopo i tagli attuati dal Ministro del Tesoro nell’estate del 2008. Era il 6 agosto infatti quando nei Palazzi romani si è deciso di tagliare fondi all’università e alla ricerca per un miliardo e 300 milioni di euro.

Questa decurtazione finanziaria ha generato un declino della qualità all’interno delle già carenti offerte formative nel mondo accademico.

Quando dalla politica poteva arrivare un segnale simbolico ma forte, in maniera compatta e con le dovute eccezioni, la Camera ha votato contro la proposta del gruppo di Francesco Rutelli che chiedeva di prelevare 20 milioni di euro dai rimborsi elettorali (i quali sono al quanto generosi) ai partiti e destinarli al fondo per la ricerca.

Una piccola parte del Partito Democratico si è astenuta. Un nome per tutti: Massimo D’Alema, affiancato da quello di Piero Fassino e dal tesoriere dei democratici. Dalla casta è arrivato quindi l’ennesimo segnale negativo.

Ma se per i giovani le prospettive di futuro sono relativamente ridotte c’è chi come il direttore del Giornale la pensa diversamente. Perché – dice – se a 37 anni un giovane non è riuscito a farsi una famiglia, a non avere una casa e vive ancora con i genitori allora significa “che ha dei seri problemi”.

Una provocazione lanciata in diretta durante una puntata di Exit su La7 e sulla quale è inutile aggiungere commenti. Tuttavia quello che manca in questo dibattito finalmente sulle pagine dei maggiori quotidiani e programmi televisivi è un serio confronto su come invece dovrebbe essere l’università e su come andrebbe migliorato il metodo di insegnamento. Poi manca una seria riflessione sui vari corsi di studio che spesso servono solo a sfornare precari. Ma non appena si saranno un po’ calmate le acque, il tema dei giovani, come accade sistematicamente, finirà nel dimenticatoio così come avviene per il Sud del quale ci ricordiamo solo in rare occasioni.

Questo articolo è stato pubblicato su L’Isola – quindicinale sicialiano

foto: Sole24Ore