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DiDamiano Zito

Smettete Quando Volete

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Sfogliando i giornali ultimamente si parla con termini non certo molto positivi, del flusso di giovani laureati che lasciano questo Paese per andare in Germania o in Francia, o nei paesi Scandinavi (per rimanere in ambito europeo).

L’argomento, lo sappiamo, non è nuovo. Qualche anno fa su questo blog pubblicavo articoli di 1500 battute che riguardavano il mondo dei giovani. Si trattava di una rubrica che tenevo su L’Isola, giornale locale siciliano, e che aveva cadenza bisettimanale.

Andare a leggere quotidianamente numeri che prospettavano un futuro pressoché grigio per i giovani come me, non mi metteva buon umore. Tanto che ad un certo punto ho smesso di scriverne e mi sono concentrato su altri argomenti.

Chiamiamola pulizia mentale.

Oggi dicono che le cose non stanno migliorando. Però dicono che è pronto il jobs act, che i giovani, che i sindacati, che il lavoro, che i contratti, che i co.pro., gli stagisti, i ricercatori…Che comunque è da anni che si va avanti a promesse e chiacchiere.

 

 

DiDamiano Zito

Sotto i trenta

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Fino a poco tempo fa per la mia banca i vantaggi da cliente giovane si mantenevano tali fino al compimento del 27° anno di età.

Ora i tempi son cambiati e vengono propinati prodotti nuovi per i nuovi giovani*. Ovvero coloro i quali che ancora non hanno raggiunto la soglia dei trent’anni.

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*: Questo post non vuole dire che sei giovane solo fino a poco prima dei 30. 🙂

 

DiDamiano Zito

Annunciata La Manovra Economica Ma I Cervelli Sono Sempre In Fuga

Dentro l’Unione Europea l’Italia rimane il fanalino di coda perché – dice l‘Istat – negli ultimi dieci anni ha realizzato il tasso di crescita peggiore tra tutti i Paesi. Il dato dice che il tasso medio di crescita dell’economia italiana è stato dello 0,2 per cento mentre nella Ue del 1,3 per cento e sempre secondo l’Istat l’Italia è più vulnerabile di quanto lo era qualche anno fa.

Gli esiti del rapporto annuale non hanno aiutato il Governo che ha incassato un duro colpo dopo le elezioni amministrative. E oltre i numeri dell’Istituto Nazionale di Statistica, che oggi suonano come la conferma del disastro economico già noto, l’altra patata bollente è arrivata da Standard & Poor’s. Poco prima dei ballottaggi infatti l’agenzia di rating americana ha di fatto bocciato le politiche economiche del Governo, al punto che il ministro Giulio Tremonti si è visto costretto ad annunciare una manovra per il prossimo luglio senza però dare grossi dettagli sul contenuto per evitare di influenzare il voto su città in ballottaggio come Milano e Napoli.

Il ministro dell’Economia tuttavia ha contestato i dati dell’Istat (secondo cui quasi il 25 per cento della popolazione è a rischio povertà) perché secondo Tremonti la ricchezza non è scesa nonostante le difficoltà.

Nel rapporto statistico compaiono ancora i giovani precari cui questa rubrica dedica molta attenzione. E la conferma è che oltre ai giovani disoccupati (ormai il 30 per cento della popolazione) altri due milioni sono inattivi che quindi non lavorano e non studiano. Sempre per quanto riguarda ancora i giovani e l’istruzione, si registra un dato preoccupante sugli abbandoni scolastici prematuri: in Italia la media è del 18 per cento ma più a Sud, in Sicilia, un giovane su quattro lascia in anticipo la scuola. Da un’inchiesta di Eurobarometro poi risulta che mentre in Europa il 76 per cento c’è fiducia sugli studi universitari, in Italia il 56 per cento è totalmente sfiduciato dagli studi per la laurea. Considerano cioè il percorso universitario come un investimento senza frutti per il futuro.

Buona parte di chi invece ci crede e ha studiato per conseguire la laurea è andata a finire all’estero per rimanerci e mai più tornare. Persiste inoltre il problema che in Italia dopo i cervelli senza ritorno, non ve ne siano dei nuovi provenienti da altri Paesi in grado di rimpiazzare quelli evasi. Si crea perciò un buco che al momento rimane incolmabile il quale contribuisce a fare del nostro un Paese mediamente poco istruito.

Questo articolo è stato pubblicato su L’Isola – quindicinale siciliano

Photo Credits | aranjuez1404

DiDamiano Zito

Politiche Per Vecchi In Un Paese Per Vecchi

Le generazioni dei nostri nonni hanno vissuto un periodo di crisi economica e poi di crescita industriale. Chi fra questi rimane ancora in vita, assiste ad una situazione inversa. I nostri nonni insomma hanno vissuto meglio dei propri genitori, così come la generazione dei nostri genitori ha vissuto ancora meglio dei propri padri. Ma il processo di crescita lineare si è interrotto. Non ci sono statistiche e indicatori che tengano: l’attuale generazione giovanile vivrà peggio. Cosa sta facendo il Paese per impedire che questa tragica previsione, se non già realtà, venga impedita?

Secondo i sondaggi sulla politica nazionale la percentuale di astenuti continua sempre ad aumentare e non è difficile individuare la causa di ciò nella distanza che si è creata fra la politica e il paese reale. Gli errori e le spregiudicatezze del passato ricadono sulle spalle e sulle tasche di andrà coi propri soldi a pagare il debito dello Stato italiano che continua a lievitare di giorno in giorno.

E intanto l’Italia continua ad invecchiare. Spesso oltre al fatto che i giovani di oggi vivranno peggio dei loro genitori si dice anche che queste generazioni non percepiranno pensione. Secondo i dati della Ragioneria di Stato in effetti chi oggi andrà in pensione riceverà circa il 70% del proprio stipendio, chi ci andrà fra 20 anni il 55%. E chi vivrà nel precariato? I dati rimangono nascosti.

Il sospetto è che in Italia si continui a fare una politica per vecchi. L’ultimo rapporto Eurispes registra che per i giovani dai 25 anni in su si verifica uno stato di insofferenza e disillusione non appena messo piede nel mondo del lavoro. Insomma, la generazione dei precari, o generazione P, quella degli stage non retribuiti, delle partite iva per lavorare come consulente esterno dentro le aziende, delle assunzioni a tempo determinato, che prospettive ha?

Il 40% delle persone tra i 25 e i 34 anni – sempre secondo l’Eurispes – oggi lascerebbe volentieri il nostro Paese per andare all’estero (il dato è in aumento rispetto ai precedenti rapporti), preoccupato soprattutto per la precarietà. E tale preoccupazione è molto diffusa nell’area del Mezzogiorno. Ma qui viene fuori un dato molto interessante. L’Eurispes ha registrato che nelle Isole quasi il 63% degli abitanti non lascerebbe la propria terra per andare all’estero.

Così, nonostante i problemi economici, che si accentuano al Sud e nelle Isole, la maggior parte della popolazione di queste aree dice di essere contenta di vivere nel proprio Paese.

articolo pubblicato su L’Isola – quindicinale siciliano

Photo Credit: /amf | Flickr

DiDamiano Zito

2011: L’Anno Dei Giovani e Della Disoccupazione

Leggi tutti gli articoli della mia rubrica È un Paese per Vecchi

Il 2011 dovrebbe essere l’anno dei giovani, o almeno così ha fatto intendere il Presidente della Repubblica che ha dedicato il discorso di fine anno a chi oggi deve compiere delle scelte per il proprio futuro, esortando così il mondo politico affinché ci sia un “impegno comune per raccogliere le sfide di questo grande tornante storico”.

Ma a giudicare dagli argomenti di cui discute oggi il Paese francamente sembra che l’obiettivo di interesse unitario su cui tutti avevano promesso di concentrarsi si stia piano piano allontanando.

Eppure i segnali per metterci sull’attenti ci sono tutti. L’ultimo campanello d’allarme arriva direttamente da Washington: secondo il Fondo Monetario Internazionale infatti per l’Italia si abbassano le stime di crescita previste per il prossimo anno. Le imprese italiane nel frattempo aspettano che le promesse di detassazione della produttività e altri interventi già annunciati si realizzino il prima possibile.

C’è una voce in Italia che però inascoltata, è quella dei giovani che – dice il presidente Giorgio Napolitano – denunciano un vuoto e sollecitano risposte.

Consultando la banca dati “Noi Italia 2011” fornita dall’Istat in effetti emerge un quadro allarmante. La disoccupazione giovanile al 25,4 per cento è di per sé un fenomeno preoccupante, ma andando ad analizzare più a fondo le statistiche esce fuori un risultato che dovrebbe far riflettere ancora di più visto che il 2011 è anche l’anno delle celebrazioni per l’Unità d’Italia. Infatti altro che festeggiamenti: la disoccupazione giovanile va via via aumentando se si guardano i numero dal Nord verso Sud. La Sardegna ha un tasso di disoccupazione dei giovani elevatissimo, pari al 44,7 per cento. Subito dopo ci sono la Sicilia, la Basilicata e la Campania con il 38 per cento, a seguire la Calabria, la Puglia, il Lazio (che si assimila alle regioni del Mezzogiorno), e via elencando. Stesso discorso per gli altri indicatori, come il tasso di inattività, o il numero di giovani che non lavorano e non studiano (i cosiddetti Neet).

Per fronteggiare questi problemi il Governo ha presentato la sua ricetta. Si tratta di circa un miliardo di euro da investire per effettuare un monitoraggio sul mercato con un conseguente piano per l’orientamento scolastico e una banca dati sempre aggiornata con le figure più richieste nel mondo del lavoro. Poi però il ministro Giorgia Meloni ha spiegato che i giovani, pur senza generalizzare, hanno una certa “inattitudine all’umiltà”. Ecco, a volte è meglio tacere.

articolo pubblicato su L’Isola – quindicinale siciliano

Photo Credit: renjith krishnan / FreeDigitalPhotos.net

DiDamiano Zito

Chi rappresenta i giovani precari?

Secondo il Ministro del Welfare Maurizio Sacconi il problema della disoccupazione giovanile ha una matrice precisa: i genitori distratti che da “cattivi maestri” hanno condotto i propri figli “a competenze che non sono richieste dal mercato del lavoro”. La ricetta proposta è quella di meno studio e più figure professionalizzate.

Intanto l’Istituto nazionale di Statistica fornisce dati poco confortanti i quali dicono che il tasso della disoccupazione (stabile all’8,7 per cento) è al massimo storico dal 2004, ma che il numero di giovani senza lavoro continua ad aumentare. Per loro cercare un’occupazione non è un gioco, anche se il ministro Giulio Tremonti parla della crisi economica definendola “un videogame con dei mostri da sconfiggere”.

Sempre secondo il ministro Sacconi i giovani devono saper accettare qualsiasi offerta, qualunque essa sia. Certo questo aiuterebbe a far uscire qualche “bamboccione” da sotto il tetto dei genitori, ma per quanto tempo è possibile farlo e a quali condizioni?

La vicenda del referendum Fiat a Mirafiori inquadra perfettamente la situazione in Italia: da una parte una azienda che tenta di uscire da una crisi pesante e ripartire con la produzione, dall’altra gli operai che si trovano a dover affrontare la scelta di rinunciare a qualche diritto, conquistato negli anni passati con dure lotte, pur di mantenere il posto di lavoro. Una strada molte volte senza uscita comune a tanti di quei giovani che oggi entrano nel mondo del lavoro e a cui viene offerto un contrattino con durate che variano dai 10 giorni prorogabili di volta in volta, fino ai 6 mesi o 12 per i più fortunati. Chi entra a queste condizioni godrà di qualche vantaggio, ma nessuno gli leverà mai dalla testa che alla scadenza del contratto potrebbe essere mandato a casa.

Inoltre quali sono i sindacati che difendono queste categorie di lavoratori? Per questo esercito di giovani si crea un problema di rappresentanza sia sindacale che politica. Un sondaggio commissionato dal segretario democratico Pierluigi Bersani rivela infatti che Pd e Pdl, cioè i due maggiori partiti in Italia, rappresentano solo i vecchi del Paese e godono di una scarsa credibilità nel mondo giovanile. Entrambi i partiti potrebbero raggiungere, sommando i loro voti, la soglia del 65 per cento, ma solo se a votare fossero esclusivamente i pensionati. E studenti, disoccupati, operai e tutte quelle categorie che soffrono la crisi? Né il Pd né il Pdl sono in grado di rappresentarli.

articolo pubblicato su L’Isola – quindicinale siciliano

DiDamiano Zito

Giovani dimenticati

I giovani che in questi giorni stanno manifestando sui tetti e per le strade sono parte di quella metà del Paese a cui “è stata tolta la parola”. Si tratta di quella parte di italiani sotto i quarant’anni che vive il disagio del presente e l’incertezza del futuro.

Sono studenti e ricercatori, nel primo caso molto giovani, nel secondo invece sono persone con decenni di precariato alle spalle, con figli e che non possono permettersi di vivere come i loro colleghi che nel resto dell’Europa guadagnano molto di più a condizioni sicuramente migliori.

La situazione degli atenei italiani va via via peggiorando, specie dopo i tagli attuati dal Ministro del Tesoro nell’estate del 2008. Era il 6 agosto infatti quando nei Palazzi romani si è deciso di tagliare fondi all’università e alla ricerca per un miliardo e 300 milioni di euro.

Questa decurtazione finanziaria ha generato un declino della qualità all’interno delle già carenti offerte formative nel mondo accademico.

Quando dalla politica poteva arrivare un segnale simbolico ma forte, in maniera compatta e con le dovute eccezioni, la Camera ha votato contro la proposta del gruppo di Francesco Rutelli che chiedeva di prelevare 20 milioni di euro dai rimborsi elettorali (i quali sono al quanto generosi) ai partiti e destinarli al fondo per la ricerca.

Una piccola parte del Partito Democratico si è astenuta. Un nome per tutti: Massimo D’Alema, affiancato da quello di Piero Fassino e dal tesoriere dei democratici. Dalla casta è arrivato quindi l’ennesimo segnale negativo.

Ma se per i giovani le prospettive di futuro sono relativamente ridotte c’è chi come il direttore del Giornale la pensa diversamente. Perché – dice – se a 37 anni un giovane non è riuscito a farsi una famiglia, a non avere una casa e vive ancora con i genitori allora significa “che ha dei seri problemi”.

Una provocazione lanciata in diretta durante una puntata di Exit su La7 e sulla quale è inutile aggiungere commenti. Tuttavia quello che manca in questo dibattito finalmente sulle pagine dei maggiori quotidiani e programmi televisivi è un serio confronto su come invece dovrebbe essere l’università e su come andrebbe migliorato il metodo di insegnamento. Poi manca una seria riflessione sui vari corsi di studio che spesso servono solo a sfornare precari. Ma non appena si saranno un po’ calmate le acque, il tema dei giovani, come accade sistematicamente, finirà nel dimenticatoio così come avviene per il Sud del quale ci ricordiamo solo in rare occasioni.

Questo articolo è stato pubblicato su L’Isola – quindicinale sicialiano

foto: Sole24Ore