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DiDamiano Zito

Giovani dimenticati

I giovani che in questi giorni stanno manifestando sui tetti e per le strade sono parte di quella metà del Paese a cui “è stata tolta la parola”. Si tratta di quella parte di italiani sotto i quarant’anni che vive il disagio del presente e l’incertezza del futuro.

Sono studenti e ricercatori, nel primo caso molto giovani, nel secondo invece sono persone con decenni di precariato alle spalle, con figli e che non possono permettersi di vivere come i loro colleghi che nel resto dell’Europa guadagnano molto di più a condizioni sicuramente migliori.

La situazione degli atenei italiani va via via peggiorando, specie dopo i tagli attuati dal Ministro del Tesoro nell’estate del 2008. Era il 6 agosto infatti quando nei Palazzi romani si è deciso di tagliare fondi all’università e alla ricerca per un miliardo e 300 milioni di euro.

Questa decurtazione finanziaria ha generato un declino della qualità all’interno delle già carenti offerte formative nel mondo accademico.

Quando dalla politica poteva arrivare un segnale simbolico ma forte, in maniera compatta e con le dovute eccezioni, la Camera ha votato contro la proposta del gruppo di Francesco Rutelli che chiedeva di prelevare 20 milioni di euro dai rimborsi elettorali (i quali sono al quanto generosi) ai partiti e destinarli al fondo per la ricerca.

Una piccola parte del Partito Democratico si è astenuta. Un nome per tutti: Massimo D’Alema, affiancato da quello di Piero Fassino e dal tesoriere dei democratici. Dalla casta è arrivato quindi l’ennesimo segnale negativo.

Ma se per i giovani le prospettive di futuro sono relativamente ridotte c’è chi come il direttore del Giornale la pensa diversamente. Perché – dice – se a 37 anni un giovane non è riuscito a farsi una famiglia, a non avere una casa e vive ancora con i genitori allora significa “che ha dei seri problemi”.

Una provocazione lanciata in diretta durante una puntata di Exit su La7 e sulla quale è inutile aggiungere commenti. Tuttavia quello che manca in questo dibattito finalmente sulle pagine dei maggiori quotidiani e programmi televisivi è un serio confronto su come invece dovrebbe essere l’università e su come andrebbe migliorato il metodo di insegnamento. Poi manca una seria riflessione sui vari corsi di studio che spesso servono solo a sfornare precari. Ma non appena si saranno un po’ calmate le acque, il tema dei giovani, come accade sistematicamente, finirà nel dimenticatoio così come avviene per il Sud del quale ci ricordiamo solo in rare occasioni.

Questo articolo è stato pubblicato su L’Isola – quindicinale sicialiano

foto: Sole24Ore

DiDamiano Zito

Il nuovo metodo Gelmini per l'assegnazione delle risorse agli atenei

No 133 -MInerva

Lo scorso inverno è stato un periodo di dura contestazione alla legge 133 che taglia in maniera davvero indiscriminata i fondi per le università e la ricerca. Oggi invece è stato presentato il nuovo “metodo Gelmini” per la ripartizione dei fondi e dei concorsi.

Un commento a caldo in base all’articolo che leggo su Repubblica lo voglio pur fare. Per distribuire le risorse sono state esaminate la ricerca e la didattica ed in particolare sulla didattica la qualità viene valutata in base

“alla percentuale dei laureati che trovano lavoro a tre anni dal conseguimento della laurea, alla capacità degli atenei di limitare il ricorso a contratti e docenti esterni evitando il proliferare di corsi ed insegnamenti non necessari e affidati a personale non di ruolo”

Mi soffermerei sulla “capacità degli atenei di limitare il ricorso a contratti e docenti esterni evitando il proliferare di corsi ed insegnamenti non necessari e affidati a personale non di ruolo”. Il ricorso a contratti non vuole sempre significare «insegnamenti non necessari» , spesso di tratta di corsi cosiddetti vacanti che vengono assegnati a soggetti esterni che prendono intorno ai 1800€ all’anno! Se non fosse per la disponibilità di questi soggetti, molti insegnamenti sparirebbero, per questo motivo spesso e volentieri il ricorso ai contratti si rende più che necessario. Dal prossimo anno molti insegnamenti, è vero sono stati accorpati riducendo uno sperpero di denaro, questo perché entra in vigore il decreto Mussi (dm 270), ma diversi insegnamenti saranno sempre tenuti da professori o ricercatori che daranno la propria disponibilità (questi ultimi senza trarne nessun vantaggio), si aggiunge anche  la possibilità che ci sia qualche  professore, magari che va in pensione, che terrà corsi a prestazione gratuita (garantisco che ci sarà!) visto che la cattedra rimane scoperta economicamente. Insomma a me pare un criterio di didattica davvero superficiale, che non valuta le difficoltà attuali che sono presenti ancor prima della cura Tremonti-Gelmini.

E poi sempre per la didattica si è tenuto conto della possibilità

“di valutare attraverso un questionario la qualità della didattica e la soddisfazione per i corsi di laurea frequentati”

Quei test che alcuni professori nemmeno fanno fare, test abbastanza aleatori!