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DiDamiano Zito

Perché gli africani hanno distrutto tutto

Rosarno_africani_sbarre(naturalmenteandrea.it)

Appare difficile in questo momento far capire i motivi di una protesta così violenta e inaspettata(?). Provo lo stesso a spiegare in poche righe, se ci riesco, un concetto che spero sia chiaro. Cerco di fare ragionamenti semplici: in che modo  ci porgiamo verso gli africani che incontriamo per strada, piuttosto che sulle spiagge in estate o durante qualche festa quando ci affacciamo a guardare i loro oggetti messi in vendita sulle bancarelle? Nella maggior parte dei casi, ci rivolgiamo dicendo “ehi cugggino!” o “ciao cugggino, quanto vendere questo?”. Insomma, se stiamo interloquendo con un africano stiamo pensando con la nostra testa che lui è diverso, è più povero, non parla bene l’italiano. Quindi iniziamo ad utilizzare un italiano maccheronico, mischiato al dialetto locale, il tutto nella più totale convinzione che se parliamo la nostra lingua con i verbi sbagliati loro, che a differenza nostra consocono almento due lingue, capiscono meglio. Sembriamo degli stupidi, è come se io volere iniziare scrivere questo sito cu na lingua differenti, pecchì il blog potere essere leggere pure da negro puzzolenti africano di merda, e siccome lui non sapere italiano io scrivere e parlare come uno scemo.

Quando gli africani non ce li abbiamo propriamente davanti a noi, ma stiamo parlando di loro, non li distinguiamo col loro nome, ma iniziamo a dire “i neri” o meglio “i nigri (o nìguri) i rosarnu”, “no! chidi chi abitannu a Collina a Rizziconi”. Per noi non hanno nome, sono tutti salammallik (espressione dialettale che tradotta vuol dire: salame mi lecchi. A voi i doppi sensi). Se un africano lavora con me, lui mi deve considerare suo padrone, perché siamo bianchi e abbiamo quindi tutto il diritto di essere considerati loro padroni. Anche se facciamo lo stesso mestiere. Io sopra lui sotto. Sempre.

Noi li consideriamo tutti uguali, ma solo a loro stessi, hanno le stesse labbra gonfie, lo stesso attributo esagerato, gli stessi denti bianchi, unico segnale di riconoscimento al buio quando percorriamo la statale 18. “Sti nìgri! Se non sorridono rischiamo di metterli sotto con la macchina!”.

Per noi, loro sono solo loro. Kwame è u nìgru, poi u nìgru è Lumumba che è uguale a Gebre, lo stesso di Oba e Ayubu, sì quelli lì i nìgri, proprio loro, quelli uguali a Ekow, Salehe, Thembi, Zuru, Dume, Kojo, Toure, Rudo, Anwar, Gyasi, Muniyka, Okwui, Diara, Wambua e tutti gli altri nìgri.

Per concludere: noi abbiamo sempre considerato la comunità africana, e continuiamo a farlo, una comunità con la quale non ci può essere interazione, culturalmente li poniamo sotto il nostro livello, alcuni di noi li deride, li umilia, gli fa versi. Li trattiamo come i maiali, gli buttiamo il cibo nella mangiatoia, diciamo che puzzano, gli rifacciamo il verso col naso e quando arriva dicembre siamo pronti ad appenderli per la gola, insalsicciarli e gustarceli, fumanti. Per noi sono uguali, puzzolenti ma uguali, a se stessi, come i maiali che riusciamo a distinguere solo per la fisionomia o qualche segno particolare.

Loro hanno fatto lo stesso con noi. Non hanno avuto limiti, hanno riversato su di noi quello che loro subiscono da sempre, lo hanno fatto con lo stesso spirito che noi usiamo nei loro confronti, in quel momento per loro non esisteva pasquale, mario, luigi, giuseppe, rocco, damiano, francesco o andrea, eravamo solo gli italiani razzisti che ce l’hanno con loro! Tutti uguali, indistintamente.

È chiaro il concetto?

foto (naturalmenteandrea.it)

DiDamiano Zito

Auguri a chi?

Perché ci facciamo gli auguri di Natale? Cosa ci auguriamo?

Io gli auguri li faccio agli africani che popolano la piana di Gioia Tauro, a Medici senza frontiere che negli ultimi tre giorni li ha assistiti, ai volontari della piana che hanno aiutato Mdf, ai familiari di Franco Nisticò che è morto gridando, ai pm calabresi come Pierpaolo Bruni, Roberto di Palma, auguri anche a coloro che con il ddl sul processo breve subirebbero gravi ingiustizie come i genitori di Federica Monteleone, agli operai del porto di Gioia Tauro che rischiano il posto di lavoro, ai dipendenti della societa Omega, ai miei conterranei costretti a scappare dalla propria terra, alle forze dell’ordine che a proprie spese continuano indagini importanti, alla gente onesta, a chi odia il proprio lavoro ma se lo tiene stretto, ai familiari delle vittime di ‘ndrangheta, a chi si batte ogni giorno per la legalità, auguri a quei pochi che leggono questo blog, con interesse spero.

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DiDamiano Zito

Gaetano Saffioti, un imprenditore da prendere come esempio

GaetanoSaffioti

Ci sono strade e strade, ferrovie e ferrovie. Ci sono quelle costruite a regola d’arte e quelle buone, ma solo per metà. Come succede in Calabria, dove le indagini del sostituto procuratore  Dominijanni della Dda di Catanzaro, hanno accertato che per un tratto ferroviario, fra Settignano e Catanzaro Lido, è stato usato poco più della metà del cemento previsto per l’appalto. Dove c’è cemento c’è estorsione. Ma non tutti denunciano.

Le ‘ndrine impongono i materiali da usare, dove prenderli e in che quantità usarli. Impongono chi deve lavorare e chi no. Se ti sottoponi alle regole all’inizio le richieste sono minime, inziano con il 3% dell’appalto, ti dicono chi assumere, poi aumentano le richieste, fino a che non arrivano a prendere il controllo della tua azienda.

Gaetano Saffioti è un’imprenditore, produttore di cemento, uno di quelli che hanno avuto a che fare con gli appalti pubblici. Dopo diversi danneggiamenti ricevuti ha preso una decisione che gli ha cambiato la vita. Gli avevano consigliato di andare via, ma non di denunciare, e invece non solo è rimasto ma ha anche denunciato. Questo gesto gli è costato l’isolamento, l’emarginazione. Il suo stabilimento lo si nota sulla statale 18, sembra un territorio militare, una «trincea». Ha rinunciato solo al nome della sua impresa negli appalti pubblici, è rimasto in Calabria, continua a lavorare, ma soprattutto a lottare.

È un uomo che chiede (paradossalmente) di essere libero e di poter lavorare serenamente. Con questo post gli voglio rinnovare la mia solidarietà e se volesse raccontare un po’ della sua storia, questo blog è disponibile.