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DiDamiano Zito

Chi rappresenta i giovani precari?

Secondo il Ministro del Welfare Maurizio Sacconi il problema della disoccupazione giovanile ha una matrice precisa: i genitori distratti che da “cattivi maestri” hanno condotto i propri figli “a competenze che non sono richieste dal mercato del lavoro”. La ricetta proposta è quella di meno studio e più figure professionalizzate.

Intanto l’Istituto nazionale di Statistica fornisce dati poco confortanti i quali dicono che il tasso della disoccupazione (stabile all’8,7 per cento) è al massimo storico dal 2004, ma che il numero di giovani senza lavoro continua ad aumentare. Per loro cercare un’occupazione non è un gioco, anche se il ministro Giulio Tremonti parla della crisi economica definendola “un videogame con dei mostri da sconfiggere”.

Sempre secondo il ministro Sacconi i giovani devono saper accettare qualsiasi offerta, qualunque essa sia. Certo questo aiuterebbe a far uscire qualche “bamboccione” da sotto il tetto dei genitori, ma per quanto tempo è possibile farlo e a quali condizioni?

La vicenda del referendum Fiat a Mirafiori inquadra perfettamente la situazione in Italia: da una parte una azienda che tenta di uscire da una crisi pesante e ripartire con la produzione, dall’altra gli operai che si trovano a dover affrontare la scelta di rinunciare a qualche diritto, conquistato negli anni passati con dure lotte, pur di mantenere il posto di lavoro. Una strada molte volte senza uscita comune a tanti di quei giovani che oggi entrano nel mondo del lavoro e a cui viene offerto un contrattino con durate che variano dai 10 giorni prorogabili di volta in volta, fino ai 6 mesi o 12 per i più fortunati. Chi entra a queste condizioni godrà di qualche vantaggio, ma nessuno gli leverà mai dalla testa che alla scadenza del contratto potrebbe essere mandato a casa.

Inoltre quali sono i sindacati che difendono queste categorie di lavoratori? Per questo esercito di giovani si crea un problema di rappresentanza sia sindacale che politica. Un sondaggio commissionato dal segretario democratico Pierluigi Bersani rivela infatti che Pd e Pdl, cioè i due maggiori partiti in Italia, rappresentano solo i vecchi del Paese e godono di una scarsa credibilità nel mondo giovanile. Entrambi i partiti potrebbero raggiungere, sommando i loro voti, la soglia del 65 per cento, ma solo se a votare fossero esclusivamente i pensionati. E studenti, disoccupati, operai e tutte quelle categorie che soffrono la crisi? Né il Pd né il Pdl sono in grado di rappresentarli.

articolo pubblicato su L’Isola – quindicinale siciliano

DiDamiano Zito

L'università italiana regressa, confusa e disordinata tra porcherie abusi e strafottenza!

blackboard

L’università negli anni subisce continue modifiche. Cambiano nomi, si “ingrassano” corsi di laurea che poi si devono “snellire”. Alcuni insegnamenti scompaiono, altri ricompaiono e i piani di studio degli studenti sono in continua evoluzione: modifiche su modifiche su modifiche. Il che vuol dire carte, su carte, su carte nelle segreterie che alla fine perdono sempre un pezzo del tuo percorso di studi e quando arrivi a laurearti sei fottuto: quel pezzo di carta che stava sotto all’altro pezzo di carta piegato dentro un altro pezzo di carta ingiallito è sparito. Sarà volato via. Sarà in un’altra cartellina. Quella gialla, verde, rossa, blu…

Regressa, confusa e disordinata. Così mi sembra l’università dopo tre anni di esperienza. Vecchi, prepotenti e avidi. Così mi sembrano molti professori (non tutti) che tengono ancora alla cattedra. Precari, soli, abbandonati. Così invece mi appaiono i ricercatori e i dottorandi, spesso più preparati e volenterosi di alcuni professori. Sono precari i ricercatori e i dottorandi, come tante delle strutture, che ci ospitano.

Il brutto e il bello si mischiano dentro ogni facoltà. Il brutto dei lavori mai finiti, di cumuli di materiali da buttare si mischia col bello dell’architettura di alcuni edifici.

Quest’anno non mancano le riforme universitarie e scolastiche. Infatti questo è l’anno in cui entrano in vigore i tagli di Mariastella e Giulio, che con la legge 133 hanno dato quasi il colpo di grazia al diritto allo studio. Non c’è governo di destra o di sinistra che abbia mai centrato l’obiettivo. Hanno sempre lasciato che chi avesse una cattedra da ordinario potesse esercitare un potere su un aspirante professore, un assistente o un ricercatore. I cosiddetti baroni universitari fanno ciò che gli pare all’interno della facoltà. Alcuni a lezione non ci vanno nemmeno, perché hanno ben altro da fare, dato che spesso svolgono anche la libera professione o sono consulenti di qualche politico. Questi professori sono stipendiati da me e da tutti gli italiani e alzi la mano chi conosce uno tra gli ultimi governi che si sia battuto realmente contro gli abusi di potere. Ma è ovvio che cane non morde cane.

A noi giovani cosa resta da fare dopo che con i nostri occhi abbiamo visto certe porcherie dentro l’università? Non resta che cambiare aria, specie se si vuole continuare con ricerca o studi più approfonditi, oppure possiamo decidere di “piegarci” all’attuale modello che ci imporrà una lunghissima precarietà.

Le riforme che hanno riformato la riforma del precedente riformatore non hanno fatto altro che ridurre la qualità degli insegnamenti. Ogni cambio di riforma impone un testo nuovo. L’editore in accordo con l’autore del libro è subito pronto a smagrire il volume e prepararlo con una nuova dicitura: «Questo testo è stato adattato alla nuova riforma universitaria». Ma vaffanculo! Mi verrebbe da dirgli ogni volta che un professore dice che il testo dell’anno precedente non è più buono. Spesso e volentieri cambia solo perché viene rimosso qualche capitolo e quelli che rimangono sono più brevi.

Non riesco a capire se quello che studio oggi mi serve a domani. I corsi si svolgono con meno ore rispetto a un corso ante 2000, ma devi assimilare  più o meno lo stesso concetto. Le ore, dicevo, sono di meno, il corso si svolge più in fretta e capita che il giorno dopo l’esame il concetto non è più tuo. Il cervello lo ha rimosso. Dove sono poi, per noi ingegneri, i laboratori? Molte volte si studia un motore senza mai averlo visto, senza avere la più pallida idea di cosa si stia parlando. I testi ormai nella fretta di impaginare il libro per la nuova riforma non vengono arricchiti con le foto che aiutano a memorizzare. Meglio risparmiare.

In tutto questo quanto conta il ruolo dei politici? Molto, anzi moltissimo dato che sono loro i primi a necessitare di “posti” da assegnare a chi gli dato l’appoggio in campagna elettorale. Molti sono i politici che hanno inserito professori incapaci. Hanno creato “sedi distaccate” di qualunque genere, il tutto per creare cattedre ad-hoc. Un po’ come succede con le strutture sanitarie. L’università non ha bisogno di tagli finanziari ed economici. Ha bisogno di mandare via i baroni, i veri fannulloni ovvero chi negli ultimi anni ha approfittato della propria posizione e chi ha usato soldi pubblici dello Stato italiano e dei fondi europei per finanziare progetti inesistenti. C’è bisogno di fare spazio a chi merita ma capisco che questa forse è utopia.

foto: auerelien_s