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DiDamiano Zito

Decreto Romani, prove tecniche di censura

httpv://www.youtube.com/watch?v=XkdSzatbaNU

Il nuovo Decreto Romani è certamente ‘migliore’ rispetto alla bozza contestata dai blogger e dal popolo della Rete ma non convince ed è a dir poco deludente. Sono molte le ambiguità contenute nel testo approvato dal Consiglio dei Ministri che lascia comunque all’Agcom, l’autorità garante per le garanzie nelle comunicazioni il ruolo di “arbitro”. A Giuseppe Giulietti di articolo21.org (intervistato ieri dal blog durante la protesta davanti ai cancelli Rai a via Teulada) questo decreto non piace. Proviamo quindi a capire quali sono i punti dubbiosi del provvedimento.

L’articolo 4 del testo dà una definizione di “servizio media audiovisivo”ed elenca una serie di categorie non soggette agli obblighi posti dal decreto. In particolare per servizio media audiovisivo si intende la radiodiffusione (televisione analogica e digitale), il livestreaming, il webcasting (tv su internet), e video on demand. Mentre non rientrano in questa definizione i servizi che esercitano attività non economiche e che non entrano in concorrenza con la radiodiffusione televisiva. Sono esclusi poi:

  • la posta elettronica (solo l’idea di chiedere il permesso per mandare un video per mail fa rabbrividire, ma chi ha composto il testo ha pensato di specificarlo)
  • servizi che non forniscono programmi, e nei quali il servizio audiovisivo sia puramente incidentale rispetto all’attività principale e qui il testo inserisce ulteriori dettagli intendendo per questi ultimi:
    • giochi in linea
    • motori di ricerca
    • versioni elettroniche di quotidiani e riviste
    • servizi testuali autonomi
    • giochi d’azzardo

Sui siti che non esercitano attività economiche e che non fanno concorrenza alla radiodiffusione televisiva, non si sa quali sono i criteri qualitativi che stabiliscono se un videoblog, o una qualunque piattaforma possa o meno togliere pubblico alle trasmissioni televisive. Non è chiaro inoltre se un sito in grado di raccogliere una cospicua somma di denaro rientri o meno nelle attività non economiche.

Come fa notare Guido Scorza su Punto Informatico, il modo in cui è stato definito il termine media audiovisivo, cioè escludendo alcuni servizi «è una tecnica di normazione assolutamente inadeguata alla materia di cui si tratta: la tecnologia va più in fretta del legislatore – scrive Scorza – ». L’avvocato quindi ipotizza che si evolva ad esempio il “video-twitter“: «occorrerà provare a collocarla in una delle categorie escluse» Ma se non rientra nei requisiti occorrerà«qualificarla come “servizio media audiovisivo” con ogni conseguenza per il suo gestore». Già, i gestori.

Il decreto Romani, deve per adattarsi alla direttiva europea Avms, sui contenuti audiovisivi, e «quello che c’era di buono nella direttiva – ricorda l’avvocato Scorza dalle pagine di Punto Informatico – non è stato importato». Infatti per i gestori, o meglio i siti intermediari come Youtube che distribuiscono contenuti amatoriali e professionali il testo non fa alcuna citazione  e non esclude  la «responsabilità degli intermediari della comunicazione». Che tradotto vuol dire che le piattaforme di condivisione dovrebbero rispondere dei contenuti inseriti dagli utenti. La sentenza sulla condanna di Google sta facendo discutere molto in merito ed ha aperto un acceso dibattito in Itala e fuori dai confini nazionali. Di questo passo, se le piattaforme continuano ad essere chiamate in causa dai giudici per i contenuti immessi in rete dagli utenti, sottoponendosi così a responsabilità editoriali televisive non potranno invece che porre dei limiti a chi usufruisce dei loro servizi, burocratizzando di fatto la Rete, o – nel caso più estremo – chiudere.
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DiDamiano Zito

La guerra di Rupert Murdoch contro gli aggregatori di notizie, blogger e siti di informazione

Murdoch_michael-wolff-0911-01Rupert Murdoch è un magnate dell’informazione, possiede case editrici, è proprietario di Sky, di giornali e riviste, come il Wall Street Journal, il Times, il New York Post e nel 2005 ha acquistato Myspace.

In un’intervista a Sky News si è scagliato contro Google News che secondo Murdoch ruba i suoi contenuti e per questo ha dichiarato di voler rimuovere da questo servizio ogni contenuto che gli appartenga. La scelta del magnate australiano va davvero contro corrente, ma non dovrebbe poi stupire più di tanto.

Su Rue89.com si trova un articolo dal titolo “Murdoch dichiara guerra a internet, secondo il suo biografo”(link in basso).

Michael Wolff, il biografo, conosce bene il magnate che secondo lui non ha compreso bene internet e gli ha dichiarato guerra. In qualche modo Wolff aveva annunciato questa “guerra” alla rete, ricordando dalle pagine di Vanity Fair, che ad Agosto, Murdoch aveva reso pubbliche le perdite della sua News Corporation e stanco di questa sofferenza della carta stampata senza mezzi termini ha fatto sapere che per leggere i suoi giornali la gente deve pagare.

Wolff conversando nove mesi con Murdoch per curare la sua biografia, ha avuto modo di capire che il magnate nutre una forte antipatia verso internet e lo considera solo un posto per pornografia, ladruncoli ed hacker. Le esperienze delle perdite della sua azienda, la News Corporation, di Myspace affossato da Facebook, certamernte avranno il loro peso nelle sue convinzioni.

Murdoch ha 78 anni ma una mente lucida che gli ha permesso di pensare ad un piano editoriale che secondo lui verrà seguito dagli altri editori. Per il gigante dei media il modello dell’informazione gratuita su internet è perdente, lo aveva già detto ancor prima dell’estate, quando aveva iniziato a parlare del suo metodo per far uscir fuori dalla crisi, la carta stampata, proponendo al lettore una sorta di pay-per-news per ricavare denaro utile a riempire le casse dei giornali. Entro un anno i maggiori quotidiani di informazione, secondo Murdoch, devono diventare a pagamento. Ma non finisce qui.

Infatti, l’Associated Press, un’agenzia di stampa internazionale, in nome del copyright si è schierata contro chi usa i suoi contenuti, bollando come pirati anche coloro che citano o linkano proprie informazioni. L’azienda ha fatto sapere che monitorerà le sue news per contrapporsi agli aggregatori di notizie, ai blogger ed ai motori di ricerca.Qui aggiungo che la questione dell’indicizzazione e l’indirizzazione dei contenuti, secondo me andrebbe approfondita e capita meglio. Google ha fatto sapere che già le notizie sono dirottate verso i maggiri siti di informazione. Qui mi fermo per magari riprendere questo discorso in futuro.

La questione  informazione grauita rimane aperta, gli editori (molto critici verso internet) dichiarano guerra alla rete. È chiaro che stiamo vivendo una fase di passaggio, dopo la quale certamente ci troveremo definitivamente nell’era del cosidetto giornalismo 3.0, quello partecipato, twettato e retwettato. Che internet rappresenti una minaccia per i giornali la ritengo una visione del tutto azzardata. Credo invece che la rete rappresenti una forte concorrente della carta stampata che a questo punto dovrà riassestarsi per rilanciare contenuti che soddisfino il lettore che spende i suoi soldi per leggere le notizie su carta e che diventa sempre più esigente. Convincere i magnati sembra quasi impossibile, la guerra al 2.0 è aperta.

Foto (Vanity Fair)

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