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DiDamiano Zito

Figli minori

Proviamo a soffermarci su dei giovani di cui non si parla mai. Sono figli che devono sopportare il peso di avere come genitore un collaboratore o un testimone di giustizia.

Tra questi c’è gente che ha deciso di denunciare il racket mandando in galera i propri estorsori, e chi dopo essere stato mafioso ha deciso di pentirsi.

Quando un imprenditore denuncia, anche moglie e figli rientrano tra i soggetti minacciati dai mafiosi.

Pino Masciari è uno degli imprenditori calabresi che ha deciso di percorrere la strada della legalità, ha rinunciato ad una vita normale con la moglie, e così i due figli si sono visti privare della libertà a differenza dei propri coetanei. Anche Gaetano Saffioti è calabrese come Masciari. Nove anni fa ha denunciato il racket ma è rimasto in Calabria con la sua impresa di movimento terra, e qui continua a lavorare. Suo figlio può uscire di casa solo quando la scorta non è già impegnata con gli altri membri della famiglia.

Ci sono poi i figli di mafiosi del calibro di don Vito Ciancimino che conservano segreti e memorie, come Massimo il quale racconta ai magistrati i segreti e le relazioni segrete di Cosa Nostra con lo Stato. Ciancimino jr ha a sua volta un figlio piccolo, sul quale grava già il peso del nome: Vito Andrea. In una lettera recapitata al padre venivano rivolte delle minacce al piccolo, probabilmente ancora ignaro delle vicende del nonno e del forte peso che oggi hanno le parole del padre.

“L’incoraggiamento va a tutti i figli dei collaboratori di giustizia perché sappiano costruire ciò che meritano”, è una frase scritta nelle note di chiusura del libro Metastasi di Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli.

La metastasi raccontata dai cronisti di Libero è la ‘ndrangheta al Nord nelle parole del pentito Giuseppe Di Bella, che oggi vive in compagnia del figlio. Nel libro appare sullo sfondo, in silenzio. Viene descritto come un ragazzino di poche parole, dallo sguardo perso nel vuoto e molto riservato.

La vita che conduce il figlio di un pentito è una emigrazione continua da una casa all’altra, neanche il tempo di fare conoscenza con la gente del posto. Uno spostamento dopo l’altro, ognuno forzato per ragioni di sicurezza e alla fine finisce che il ragazzino non ha amici e inizia ad avere difficoltà a relazionarsi.

Sono tanti i nomi di questi bambini che appaiono nelle dediche di libri che raccontano l’Italia peggiore. Li leggiamo nelle note di ringraziamento, spesso il solo fatto di essere venuti al mondo per loro è una colpa.

articolo pubblicato su L’Isola – quindicinale siciliano

foto: Wroke

DiDamiano Zito

Gaetano Saffioti, un imprenditore da prendere come esempio

GaetanoSaffioti

Ci sono strade e strade, ferrovie e ferrovie. Ci sono quelle costruite a regola d’arte e quelle buone, ma solo per metà. Come succede in Calabria, dove le indagini del sostituto procuratore  Dominijanni della Dda di Catanzaro, hanno accertato che per un tratto ferroviario, fra Settignano e Catanzaro Lido, è stato usato poco più della metà del cemento previsto per l’appalto. Dove c’è cemento c’è estorsione. Ma non tutti denunciano.

Le ‘ndrine impongono i materiali da usare, dove prenderli e in che quantità usarli. Impongono chi deve lavorare e chi no. Se ti sottoponi alle regole all’inizio le richieste sono minime, inziano con il 3% dell’appalto, ti dicono chi assumere, poi aumentano le richieste, fino a che non arrivano a prendere il controllo della tua azienda.

Gaetano Saffioti è un’imprenditore, produttore di cemento, uno di quelli che hanno avuto a che fare con gli appalti pubblici. Dopo diversi danneggiamenti ricevuti ha preso una decisione che gli ha cambiato la vita. Gli avevano consigliato di andare via, ma non di denunciare, e invece non solo è rimasto ma ha anche denunciato. Questo gesto gli è costato l’isolamento, l’emarginazione. Il suo stabilimento lo si nota sulla statale 18, sembra un territorio militare, una «trincea». Ha rinunciato solo al nome della sua impresa negli appalti pubblici, è rimasto in Calabria, continua a lavorare, ma soprattutto a lottare.

È un uomo che chiede (paradossalmente) di essere libero e di poter lavorare serenamente. Con questo post gli voglio rinnovare la mia solidarietà e se volesse raccontare un po’ della sua storia, questo blog è disponibile.